Giuseppe Crimaldi

Giuseppe Crimaldi

Giuseppe Crimaldi, 54 anni, giornalista, scrive di cronaca nera e giudiziaria per Il Mattino. Autore del volume "Napoli è servita" e coautore dei libri "Il Casalese", "Al mio Paese - Sette vizi, una sola Italia" e "Mafie". Dirige il sito della Federazione delle associazioni italiane antiracket la rivista online "Lineadiretta". Collabora come docente al Master di Giornalismo dell'Università Suor Orsola Benincasa.

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A proposito di Weinstein. E di stupri

di Giuseppe Crimaldi –

Dedicato a tutti quelli che si scandalizzano. Ai benpensanti, ai moralisti dell’ultim’ora. Alle anime belle: a quanti si indignano per le molestie (vergognose, a scanso di equivoci, così sgomberiamo subito il campo ai dubbi) di Weinstein, di Spacey, e di tanti altri che hanno sguazzato nella fogna degli abusi hoolywodiani, e non solo.

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In Africa una bambina su cinque subisce mutilazioni genitali

Ma – mi chiedo e vi chiedo –  dove eravate mentre nel mondo arabo e dintorni si commettevano abomini e sconci sui quali non si alzava né si è mai veramente sollevato il velo mediatico? Dove eravate mentre infibulavano le bambine in Somalia, in Eritrea, in Sudan, nel Ciad, nello Yemen e in molti altri paesi islamici? Dov’eravate quando in Algeria, in Tunisia, in Egitto e nel resto del Maghreb abusavano su donne e ragazzine, magari a decine di uomini?

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Giuseppe Crimaldi

Dove eravate mentre in India sfondavano gli imeni di 15enni inermi su un autobus, facendola spesso e volentieri franca?

Dove vi trovavate senza aprire gli occhi quando nei Paesi del Golfo, in Arabia Saudita, nell’Oman, a Dubai, a Gaza o a Tartus si abusava degli omosessuali nel segreto delle spregevoli stanze dorate degli sceicchi, degli emiri o del potente di turno?

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La condanna a morte di un omosessuale

Quante anime candide, oggi. Tutti angioletti discesi dal Cielo. Di fronte a responsabilità degne di essere classificate come crimini contro l’umanità – vedi l’Iran o la Palestina di Hamas che lapida le adultere, getta giù nel vuoto dai tetti i “froci”, ma consente poi al genere maschile il possesso mafioso di una donna o di qualunque altro oggetto di desiderio, io mi e vi chiedo dove fosse il genere umano dinanzi alla legittimità di genere. Altro che le sette vergini del paradiso, tra fontane di latte e miele. Ipocriti, maledetti ipocriti.
Perché di questo si tratta. Di  ipocrisia. Oggi tutti pronti a biasimare i “molestatori”, purché siano made in Occidente.

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Mercato delle schiave

Un’alta domanda: ma non provano nemmeno un minimo di vergogna forse le femministe, quelle tout court, quelle che fino a oggi manco mai le abbiamo viste scendere in piazza neppure quando si trattava di difendere le povere yazide, e curde, e irakene finite schiave a farsi fottere nei fetidi letti degli jihadisti del califfato?

Di che parliamo allora oggi? E dov’è rimasta l’Unicef – mai pervenuta – per denunciare le nefandezze di Boko Aram o dei violentatori libici, tunisini, marocchini i professatori di un Islam “puro” contro le fanciulle rapite, violentate, costrette ad una conversione religiosa all’Islam per non subire la terza, quarta, quinta deflorazione anale?

Chi le ha mai ascoltate e raccolte, quelle povere lacrime? Asia Argento? Portia De Rossi? Vladimir Luxuria, che pure comodamente oggi si associa al partito della ghigliottina? Oppure Monica Bellucci, che solo ora se ne esce denunciando che “le donne stanno scoppiando”?

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Cara Bellucci, lei ha ragione: le donne stanno scoppiando. Ma forse lei si è svegliata tardi dal sonno: perché lo scoppio – anzi l’esplosione che mentre lei e tante e tanti altri meravigliosi commentatori da salotto partecipavate ai vernissage tra un festival e l’altro, tra un cocktail e le riprese di un set – c’è già stato da un pezzo. Una esplosione silenziosa; come le lacrime delle donne abusate e ferite non solo a Hollywood o a Parigi o a Milano e a Londra, ma nel resto del mondo. Senza che nessuno gridasse rabbia, come fate adesso.

downloadScrivo in nome di quelle povere donne violentate ogni giorno in tutto il mondo. Quelle senza nome e senza volto. Stuprate. Abusate. Mortificate nelle carni e nella testa (soprattutto nel cervello) da ignobili e inqualificabili abusi. Dal Sahel al Sahara. Da Manhattan a Jedda. Da Tripoli a Brisbane. Non c’è latitudine per il dolore, ma almeno ricordiamoci di tutte. E tutti.  Dai barconi che trasportano vite innocenti affidate agli scafisti maghrebini (spesso e quasi sempre violentatori) alle povere giovani intabarrate della Malesia o della Nigeria. Anime innocenti destinate ad un inferno che nessuno – persino la prodigiosa Asia Argento  – ha mai teso una mano.
E allora vergogniamoci. E soprattutto voi, che solo oggi vi indignate, vergognatevi.

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Un pensiero su “A proposito di Weinstein. E di stupri

  1. Matteo

    Caro Giuseppe, hai perfettamente ragione in quello che dici.
    La tua “esplosione” di rabbia nei confronti di chi si indigna per solo quello che lo tocca direttamente, o che appartiene al bel mondo, è più che comprensibile.
    Il problema però sta nel fatto che, credo, qualunque “occidentale” messo di fronte a certe nefandezze provi quantomeno indignazione, difatti gli episodi da te enunciati non sono avvenuti né in Europa né in America, ma anche un plausibile senso d’impotenza.
    Il mondo, da te così accuratamente descritto, è lontano e alieno ai nostri usi e costumi (motivo prevalente delle varie difficoltà d’integrazione culturale) e regolato da leggi e assiomi culturali antichissimi molto difficili da sradicare.

    Perché ho detto queste banalità? Semplicemente per esprimere il mio essere in accordo con quanto dici ma anche perché, pur comprendendo il tono e le finalità esortative di quanto hai scritto, lo trovo di scarsa utilità. L’unico risultato, pericoloso a mio avviso, rischia di essere il fomentare ira e odio negli animi di persone che non ne hanno alcun bisogno. Gli episodi di intolleranza nel nostro paese sono sempre più frequenti.
    Qual’è allora il sistema? Francamente non lo so ma l’imposizione, in qualsiasi sua forma, comporta molto spesso il fare più male che bene.
    La soluzione sarà forse un confronto culturale che la/le generazione/i future non potranno esimersi dall’affrontare.

    Replica

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