di Ottorino Gurgo
Nel mondo della politica vige una vecchia regola: “di fiducia si muore”. È un ammonimento rivolto a quei governi che, per evitare gli ostacoli che un loro disegno di legge può incontrare nel corso dell’esame parlamentare, pongono la cosiddetta “questione di fiducia”. Si tratta di un istituto con il quale l’esecutivo, ritenendo l’approvazione o, la reiezione di una legge o di un emendamento un atto fondamentale della propria azione politica, fa dipendere dal conferimento o meno della fiducia la sua permanenza in carica.Ponendo la fiducia, tutti gli emendamenti decadono e la legge deve essere approvata così come è stata presentata.
Due sono fondamentalmente le ragioni che inducono il governo a far ricorso alla fiducia: stroncare le eventuali manovre ostruzionistiche dell’opposizione e serrare le file della propria maggioranza, nel timore che, alla prova del voto (in particolare se segreto) un gruppo di parlamentari pur appartenuti alla maggioranza possa non condividere il provvedimento governativo (il fenomeno dei cosiddetti franchi tiratori).
Sono state queste motivazioni ad indurre recentemente il governo gialloverde a far ricorso al voto di fiducia e poiché si tratta di una comoda scorciatoia che, una volta imboccata, si è tentati di ripetere, i è indotti a ritenere che l’esecutivo vi farà ancora ripetutamente ricorso (come, del resto, ha fatto, in passato, più di un governo di centrosinistra).
All’apparenza, facendo ricorso alla “questione di fiducia”, il governo mostra i muscoli. Dice, in sostanza: “ho i numeri dalla mia. Chi crede di contrastarmi ne prenda atto “. Una prova di forza. Ma non è così.
In verità il voto di fiducia (come quello chiesto e ottenuto dal governo in Senato) non è una manifestazione di forza, ma di debolezza. Si tratta, infatti, di una richiesta che cela due paure: quella di non saper resistere all’opposizione e, soprattutto, di essere dotato di una maggioranza fragile, che potrebbe sfaldarsi improvvisamente.
Da sempre la paura indica una mancanza di fiducia in se stessi. Così il ricorso alla “questione di fiducia ” sta a dimostrare che, nonostante proclami di godere della migliore salute e di essere destinato a guidare il paese per tutto il corso della governo è preoccupato. È cosciente, cioè, del fatto che al proprio interno esistono divergenze, contrasti e riserve mentali che potrebbero essere forieri di una crisi. E, probabilmente non è un caso che, in particolare negli ambienti leghisti, si sussurra che il prossimo marzo gli italiani potrebbero essere chiamati nuovamente alle urne.
Una tale eventualità terrorizza Di Maio e i cinquestelle. Sanno perfettamente che elezioni anticipate avrebbero per loro effetti disastrosi. Delle due l’una, infatti: o la Lega, alleata con Forza Italia e Fratelli d’Italia li abbandonerebbe al loro destino o, se pure la Lega restasse nella coalizione gialloverde, sarebbe in posizione maggioritaria e occupare la poltrona di Palazzo Chigi spetterebbe a Salvini. Per i grillini, insomma, s’annuncia no tempi difficili: è il leader del Carroccio a disporre delle carte migliori.










