Brasilia

 di Cletus Alfonsetti  –

 Ho finito di leggere il romanzo di Franz . Che dire? In un paio di pomeriggi al mare, steso sul lettino, mi ha regalato l’esperienza di un videogioco. Un figlio viene chiamato dall’anziano padre (affetto da un male che da lì a poco se lo porterà via) a Brasilia. L’autore non si perde in cartoline, sebbene la tentazione sia in agguato trattandosi di una delle metropoli considerate più “moderne”. No, la storia è narrata con un robusto registro psicologico che indaga il complesso rapporto padre-figlio, anche e soprattutto all’interno di uno sviluppo da film noir.

Fra progeCOVER-brasiliatti inconfessabili (ma come si dice, degni di veridicità) di una setta preposta a manipolare il tempo  e colpi di scena, ha un buon ritmo e poche o nessuna sbavatura. L’autore non indugia in ambientazioni da depliant, né si addentra in letture sociologiche.

Semmai, tratta di sottofondo il rapporto con la morte che è la vera protagonista di tutto il romanzo. Una morte messa a nudo, spogliata, vivisezionata, irretita e sbeffeggiata, e intorno alla quale disegna i tratti di ciascun personaggio, con il proprio modo di relazionarsi.

E’ un romanzo diverso questo di Franz, avendone letti altri suoi, che non ti aspetti. La prosa asciutta, i dialoghi essenziali tutto si tiene in un pathos che va crescendo pagina dopo pagina. Degne di nota le descrizioni dei viaggi “onirici” ai quali è sottoposto “il figlio” e ancora, ogni frangente è utile per rimandare ai complessi rapporti familiari (una mamma suicida da un appartamento della Milano, fine anni ’70, alla vigilia degli anni che abbiamo immortalato come quelli “…da bere”, e da questo i rapporti con il padre, vero protagonista di tutta la storia. Un esercizio ben riuscito, un confettino.

Talmente straniante, come fosse una sceneggiatura di un film di fantascienza, ma ambientata se non nel presente, in un futuro molto prossimo, probabile dopodomani della follia imperante che ci pervade tutti.

 

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