di Mimmo Carratelli
Migrazioni bibliche per inseguire un sogno. Una speranza. Una nuova vita. Storie. Spesso, troppo spesso, tragedie. Quarant’anni dopo, riecco i fantasmi dei boat people dalla faccia scura, l’esodo di massa di popoli sofferenti. Dal Vietnam all’Africa, un lungo brivido di sangue e di paura. La cronaca, sempre più frequentemente oramai, ci racconta di uomini, donne, bambini che inseguono la felicità, che cercano un futuro ammucchiati nella stiva, là dove stanno i disperati dei disperati, accucciati uno addosso all’altro, con l’odore di nafta forte, intenso. Maledetti viaggi per l’inferno. Storie che si intrecciano, dolore, ricordi, colonialismo. La Somalia italiana. Come la storia di Sheila, nel cuore il mito dell’Italia, nel racconto di Mimmo Carratelli.
I finestrini della corriera erano aperti e Sheila avvertì sul volto il morso caldo del monsone. Era l’annuncio dell’oceano. Non ci sarebbe voluto molto e avrebbe visto il mare. C’erano molte ragazze sulla corriera, e ce n’erano di molto belle come sanno essere le ragazze somale. Sheila era la più bella. La corriera correva su una strada sconnessa che attraversava una boscaglia bassa di acacie. Sheila guardò le colline che avevano cime rotonde. Ad una svolta, un branco di antilopi affiancò la corriera. Avevano gambe snelle e grandi corna a spirale. Erano molto veloci. Non facevano fatica a reggere la corsa della corriera, e spesso la sopravanzavano. Era un branco di cudù dal corpo grigio con strisce bianche e bellissime criniere. Quelli più alti sulle gambe erano i maschi. La corsa dei cudù eccitò le ragazze. La corriera superò il ponte sul fiume e c’era ancora molta strada da fare per arrivare a Mogadiscio.
Le ragazze erano allegre e bastava un niente perché lo fossero di più. Avevano addosso una strana euforia. Andavano al porto di Mogadiscio dove si sarebbero imbarcate su una nave per l’Europa. Ognuna di loro aveva un indirizzo e là sarebbero andate per un lavoro. Si trattava per lo più di lavori domestici come fare le pulizie di casa, sorvegliare bambini, far la spesa ai mercati.
Erano allegre e un gruppo di loro aveva lasciato la piccola comunità sul fiume. Si conoscevano tutte ed erano le più chiassose. Altre avevano lasciato i villaggi dell’interno. Erano posti dove arrivavano turisti stravaganti risalendo il fiume sulla zattera che i cammelli trainavano dalle rive. E poi c’era la corriera di Mogadiscio, non proprio tutti i giorni, che offriva un viaggio veloce, però scomodo a causa del cattivo stato delle strade. Le ragazze della corriera si lasciavano alle spalle una vita lieta, ma povera. Lasciavano poche case e molti sogni e le zappette di ferro con cui avevano imparato a raccogliere il sesamo e il mais. Lasciavano le nacchere della domenica, il baobab degli appuntamenti al tramonto e la terra nera vicino al fiume.
Sheila aveva lineamenti finissimi, il naso piccolo e un po’ schiacciato, e aveva capelli neri e molto corti. Come le altre, indossava il telo di cotone che le avvolgeva il corpo, lungo sino ai piedi nudi e annodato su una spalla, con una fascia in vita. Avrebbe comprato un paio di sandali a Mogadiscio. Quasi tutte le ragazze della corriera avevano i piedi nudi.
La famiglia di Sheila era molto numerosa. Il fratello maggiore era un basco azzurro della polizia somala. Quando tornava al villaggio in riva al fiume era una festa. Parlava delle novità di Mogadiscio e raccontava dei pomeriggi all’albergo “Croce del Sud” dove andava a prendere il tè.
Alcune delle sorelle di Sheila facevano le pastore. Un giorno tornarono spaventate. Avevano visto un leone. Spaventarono tutto il villaggio, ma il leone non fu più visto. Una delle sorelle di Sheila lavorava a un telaio primitivo. Tutte sognavano di andare a Mogadiscio. Non avevano mai visto il mare. Sheila si appassionava ai racconti del fratello e progettava di sedere un giorno a un tavolino del “Croce del Sud” e prendere il tè. Dal fratello si faceva raccontare come vestivano le donne europee di Mogadiscio. Aveva voglia di conoscere il mondo e le era capitata l’occasione straordinaria di un lavoro in Italia. “Come sarà l’Italia?” pensò sulla corriera, e intanto il branco dei cudù aveva rallentato la corsa e con un ampio giro era tornato indietro.
Vide il mare per la prima volta. Lo vide dopo che finirono le colline e la strada si avvicinò alla costa. Il mare scintillava sotto il sole e quella fu la cosa che la colpì, più del colore del mare che era azzurro e grigio. La costa era una lunga fascia di sabbia e l’immensa distesa d’acqua era l’oceano. L’orizzonte era lontano e le onde si allungavano sulla battigia dopo essersi accavallate ripetutamente.
“Come sarà l’Italia?”. Sheila immaginò un paese di giardini e di case bianche. Aveva visto su una carta la singolare forma di un paese lungo e stretto, un po’ sghembo nel mare che lo circondava quasi tutto. “Come sarà la gente?”. “Io vado in Germania” disse la ragazza che sedeva a fianco di Sheila. “Hanno i capelli biondi, in Germania” disse. E rise. “Io vado in Italia” disse Sheila. “In Italia ci sono molte chiese, ci sono molti bambini. Io dovrò badare ai bambini. Questo sarà il mio lavoro. Spero che siano bambini gentili, e io dovrò essere molto gentile altrimenti mi fanno tornare”.
“Gli italiani sono cattivi” disse un’altra ragazza.
“Non è vero” disse Sheila. “Ce ne sono di buoni e di cattivi com’è dappertutto”.
“Ci sono molti italiani a Mogadiscio” disse una terza ragazza. “Non sono cattivi”.
In Italia andava un’altra di loro. “Io vado a Roma” disse “e a Roma c’è il papa”.
“La nave non va a Roma” disse Sheila.
“Non c’è il mare a Roma?” chiese la ragazza.
“La nave va a Napoli” disse Sheila.
“A Napoli c’è il mare” disse una ragazza.
Sheila disse che suo fratello faceva il poliziotto a Mogadiscio e conosceva una canzone napoletana. “Parla della luna e dell’amore” disse Sheila e ne accennò il motivo. “Mio fratello sa anche le parole”.
“E’ una canzone da ballare” disse una ragazza. Al villaggio sul fiume, le ragazze conoscevano i passi di una danza che si ballava in cerchio ondeggiando le spalle e muovendo le anche.
La corriera si inoltrò nelle strade di Mogadiscio e rallentò la corsa. Erano nel traffico della città e le ragazze si affacciarono ai finestrini. Guardarono ai negozi con occhi di meraviglia. La corriera svoltò verso una grande piazza. Videro la cattedrale di Mogadiscio e, vicino alla cattedrale, la moschea.
“Siamo arrivate” disse Sheila. Cercò il fratello tra la folla in attesa.
Fu lui a vederla per primo.
“Sheila” gridò.
“E’ mio fratello” disse Sheila alle ragazze.
“E’ un bel ragazzo tuo fratello” disse una di loro.
“Fa la sua figura con la divisa” disse un’altra.
“Presto, Sheila” gridò il fratello. “La nave è pronta per partire”.
Si abbracciarono. Tutte le ragazze scesero dalla corriera e ognuna cercò il suo bagaglio.
“Sei sicura di andare?” chiese il fratello.
“A questo punto penso proprio di si” rispose Sheila.
“E’ un passo grave” …
“Che cos’altro potrei fare?” disse Sheila.
“Mi mancherai molto, Sheila”.
“L’Italia non è lontana” disse Sheila.
“Non è lontana, ma è un paese straniero”.
“Meno straniero di altri” disse Sheila.
“Sarà dura per te in un paese straniero”.
“All’inizio sarà dura, ma solo all’inizio” lo rassicurò Sheila.
“Mi scriverai?” chiese il fratello.
“Ogni giorno” promise Sheila. “Stai tranquillo, scriverò ogni giorno. Avrò tempo per farlo”.
“Stai ben riguardata, Sheila” disse lui. “E’ un paese straniero”.
“Starò bene attenta” disse Sheila.
Lui l’abbracciò di nuovo. Si diressero verso il porto con le altre ragazze.
“E’ proprio un bel poliziotto tuo fratello” disse una ragazza. L’aveva già detto, ma ora lo disse ad alta voce per attirare l’attenzione di lui.
“Fila via” disse Sheila ridendo.
“Credi che badare ai bambini sarà il tuo lavoro?” disse il fratello.
“Questo dovrò fare” disse Sheila. “Stai tranquillo”.
“Non sono tranquillo, Sheila” lui disse. “E’ un paese straniero”.
La nave era dipinta di azzurro. Le ragazze si affettarono a salire.
“Sheila” disse lui.
“Si?”
“Vorrei che non partissi, Sheila”.
“Devo andare. Lo sai che devo andare” disse Sheila. “Il nostro è un paese povero. Devo tentare”.






