di Ottorino Gurgo
Non occorre molta fantasia per criticare il modo in cui – soprattutto da parte della Cgil di Susanna Camusso – le organizzazioni sindacali assolvono i loro compiti. La loro incapacità di rinnovarsi, di adeguarsi alle mutate contingenze, di dare un fattivo contributo allo sviluppo sociale ed economico del paese sono sotto gli occhi di tutti e ne hanno determinato una clamorosa perdita di credibilità e di prestigio.
Detto questo, dobbiamo confessare di essere rimasti letteralmente sconcertati dalle recenti affermazioni di Luigi Di Maio, candidato del Movimento Cinquestelle alla guida del governo prossimo venturo che, intervenendo al Festival de lavoro di Torino, ha solennemente proclamato: “I sindacati si autoriformino o ci penseremo noi quando saremo al governo”.
Lo ribadiamo al fine di evitare equivoci: la necessità di un’autoriforma delle organizzazioni dei lavoratori è certamente reale. Ci spingeremmo a dire che ha ritardato sin troppo provocando guasti non indifferenti, ma la “minaccia” adombrata da Di Maio con quell’”interverremo noi quando saremo al governo”, è di eccezionale gravità, soprattutto se proveniente dal leader di una forza politica che – stando ai sondaggi con concrete possibilità di successo – si propone di guidare il paese.
La pericolosità dell’affermazione di Di Maio prescinde, infatti, dal merito dell’opportunità da lui sollevata di una riforma del Sindacato, per investire in pieno la ben più complessa questione della ripartizione dei compiti in un sistema democratico.
È sin troppo noto che la divisione delle incombenze tra le varie istituzioni dello Stato (e, piaccia o non piaccia, i sindacati sono una di queste istituzioni) è fondamentale per un corretto svolgimento della vita democratica. Governo e sindacati sono interlocutori il cui rapporto può essere a volte collaborativo, ma a volte anche conflittuale e sarebbe ben strano – e certamente non in linea con un’accettabile dialettica democratica – se il governo volesse imporre al Sindacato le regole secondo cui comportarsi.
Tutto questo il giovane Di Maio, che punta a guidare l’esecutivo, e probabilmente anche il Movimento al quale appartiene, sembra ignorarlo. Non ce ne stupiamo.
È l’ennesima conferma dell’incultura politica dei Cinquestelle, inopinatamente approdati in Parlamento con indubbio successo, ma assolutamente privi di background, cioè di quella preparazione che pure si richiederebbe a chi si propone di guidare il paese (ma che fine hanno fatto le scuole di partito ?).
Prima di fare il suo ingresso a Montecitorio e di occuparne la poltrona di vicepresidente, l’unica attività esercitata dal buon Di Maio è stata quella di steward dello stadio napoletano del San Paolo, il che non ci sembra – con tutto il rispetto che questa categoria merita – titolo sufficiente per assumere rilevanti funzioni politiche come quelle alle quali il giovanotto aspira..
C’è chi obietta che quella di Di Maio è stata soltanto una gaffe da non drammatizzare e che farne un “caso” è probabilmente eccessivo. Può darsi. Ma il fatto è che il cammino dei cinquestelle è lastricato di queste gaffe.











