di Valerio Caprara
La scomparsa dello straordinario regista del malaffare che ha raccontato l’Italia e gli italiani e che ha fuso la realtà etnico-sociale con l’avventura di eroi e antieroi nello scenario tempestoso dei connubi e i misteri politico-istituzionali del paese
Un carattere forte, determinato, irruente. Chi sta commemorando la vita e le opere del grande regista napoletano ha molti argomenti a disposizione per illustrare la genesi dell’attitudine nei confronti del mondo e delle persone che, come recita il celebre aforisma, significa che Francesco Rosi ha semplicemente posseduto un carattere. Ma il fatto sorprendente è che questo dato di competenza dei biografi e i testimoni è valido anche per cogliere i tratti fondativi del suo cinema: se tanti maestri della settima arte hanno saputo esprimere e tramandare le proprie ragioni espressive, pochissimi hanno trasmesso come lui all’intera opera un timbro altrettanto peculiare, lucido e coerente. Titolare di noti capidopera, Rosi non ha mai derogato da un profondo senso di responsabilità e un’autentica religione del lavoro rispetto al proprio mestiere, riaffermando concretamente il diffuso quanto equivocato status d’autore.
E’ dunque inciso in filigrana a questo, appunto, carattere il dna di una filmografia identificata nel tempo con l’etichetta dell’”impegno civile”. Purtroppo quella da cui discendono le schematizzazioni di una politicità diretta e determinante ai fini della resa qualitativa che fanno torto ai suoi intensi procedimenti di contaminazione linguistica tra la tecnica cinematografica e quella giornalistica, il documentario e la fiction, l’inchiesta di stampo televisivo e la creatività drammaturgica. Ricorrendo a facili semplicismi non si spiegherebbe, per esempio, come l’ex assistente di Visconti e Giannini abbia scartato soluzioni di segno sperimentalistico o avanguardistico e piuttosto mirato al coinvolgimento degli spettatori mediante la suspense e l’emozione, al rispetto della convenzione e del canone che includono l’accettazione e addirittura la difesa del concetto di opera aperta, colta ma popolare. Se si passano in rapida rassegna i fatti e i personaggi sui quali si sono formate intere generazioni di cinefili, in effetti, si capisce come non s’impongano esclusivamente nel gioco sterile della maggiore o minore verosimiglianza, bensì tendano sempre –spesso riuscendoci- a suggerire la verifica delle valutazioni o le intuizioni che hanno presieduto alla loro reinvenzione narrativa.

Nel patrimonio cosmopolita che oggi eredita tutto il cinema italiano vibra ovviamente l’imprinting napoletano. Non solo a causa della sua forma mentis ferocemente obiettiva, si deve però dire che niente di più appassionato e insieme alieno dalla retorica, di più lirico e insieme razionale, di più struggente e meno sterilmente nostalgico prorompe dal mix di sensualità e malavita mediterranee di “La sfida”, dalla tragicomica deriva dei truffatori di “I magliari”, dall’epica e didascalica denuncia di “Le mani sulla città” (all’epoca accusato, ricordino i conformisti odierni, d’essere girato troppo “all’americana”), dall’incantata naiveté di “C’era una volta…”, dall’inflessibile ritorno al futuro di “Diario napoletano” e anche da significativi brani di “Lucky Luciano” e “Tre fratelli” (in cui una canzone di Pino Daniele culla il sogno del rieducatore interpretato da Mezzogiorno) è reperibile nel filone nato sotto il Vesuvio e impreziosito dalla griffe rosiana. In quella fase che va dal ’58 al ’67 e costituisce la “scena primaria” del suo itinerario artistico, il distacco dal neorealismo è sentito come un’inevitabile evoluzione che ne assorbe le radici trapiantandole in nuovi e fecondi territori.
I film successivi –dagli indignati “Uomini contro” e “Il caso Mattei” al fantapolitico “Cadaveri eccellenti”, dai più sfibrati “Cronaca di una morte annunciata” e “Dimenticare Palermo” al commosso omaggio all’olocausto di “La tregua”- hanno accresciuto la lista dei premi e i riconoscimenti vinti più prestigiosi. Ma il vertice di “Salvatore Giuliano” (’62) resta il più connaturato alle sue corde: una fusione a tutto schermo della realtà etnico-sociale più minuziosa con l’avventura di eroi e antieroi nello scenario tempestoso dei connubi e i misteri politico-istituzionali del paese in cui, peraltro, ha continuato a riconoscersi e non ha mai smesso d’amare.








