di Valerio Caprara
Lui non vuol sentir parlare d’amore e impone a lei, già sciolta nei sensi e nel cuore, la firma di un contratto: se vorrà godere, dovrà accettare il protocollo della stanza proibita, un ambiente a metà strada fra un postribolo specializzato e una palestra. Ecco “Cinquanta sfumature di grigio” della trilogia erotica scritta da E. L. James, caso letterario mondiale.
“Io non faccio l’amore. Io scopo”. L’ex modello Jamie Dornan cerca a un certo punto di dar vita alla sua espressione in cartongesso comunicando alla basita neo-amante Dakota Johnson questo programma di tutto rispetto. Peccato: se il soggetto, la sceneggiatura e la regia di “Cinquanta sfumature di grigio” non fossero rimasti al grado zero di qualità & credibilità, magari potremmo disquisire di un film intrigante.
E invece la prima sensazione emergente al momento del the end è quella incongrua di un autentico imbarazzo. Certo la conoscenza appassionata da parte di milioni di lettori della trilogia erotica scritta da E. L. James funzionerà da spartiacque critico, trascinando il gioco dei giudizi sulla questione della fedeltà o meno al testo. Ci sembra, però, più concreto confrontarsi sul materiale sciorinato sullo schermo dall’inglese Sam Taylor-Johnson, debitamente allertata a non suscitare ire censorie e garantirsi l’unanimità del botteghino. Il caso letterario mondiale, in effetti, poteva sperare di trovare in uno sguardo femminile di pretese (la regista è anche artista e fotografa alquanto rinomata) la freddezza necessaria per saldare la scabrosità delle premesse con l’erotismo da pasticceria confezionato su misura del target.
Quando il film parte, in effetti, la partecipazione soprattutto delle ragazzine è pressoché da stadio: la versione di Cenerentola aggiornata al riciclo igienico e beneducato della trasgressione disneyana modello “Pretty Woman” procede senza tema del ridicolo (dei dialoghi) e con gran spreco di magnifiche canzoni (Nina Simone) e incantevoli location (tra Seattle e Vancouver).
C’era una volta la vergine Anastasia (Dakota è graziosa, ma quando il gioco si fa duro diventa marmorea come il partner) che viene attirata nel gorgo del peccato dal ventisettenne miliardario Christian, re delle telecomunicazioni e della lotta contro la fame nel mondo (in garage ci sono una mezza dozzina di auto di lusso: “Qual è la tua?”. “Tutte”).
Lui non vuol sentir parlare d’amore e impone a lei, già sciolta nei sensi e nel cuore, la firma di un contratto: se vorrà godere, dovrà accettare il protocollo della stanza proibita, un ambiente a metà strada fra un postribolo specializzato e una palestra superaccessoriata. Dopo 40 minuti di melina immersi nel lusso di grattacieli, uffici e appartamenti trendy (completi di tour in elicottero e aereo guidati dal presunto Barbablù), s’entra nel vivo commutando in noia le aspettative degli adepti. Le femministe americane intenzionate a boicottare il film perché promuoverebbe la violenza contro le donne si sbagliano perché, a prezzo di qualche sculacciata, una passata di piume di pavone e l’uso micragnoso di frustini, bende e manette (roba da educande: lei inquadrata in casti nudi di sguincio, lui a torso nudo con i jeans tal quale un commesso di Abercrombie), il tutto ritorna alla preistorica parabola della ragazza che scopre la sessualità, diventa padrona di se stessa e presto metterà la mordacchia all’inveterato sciupafemmine.











