di Valerio Caprara
Informare, a proposito di Il Racconto dei Racconti di Matteo Garrone presentato in anteprima pre-Cannes, che si tratta di un fantasy con incursioni nell’horror aiuterà lo spettatore a immaginarlo, ma non certo a comprenderlo e meno ancora a percepirlo.
Perché il regista di “Gomorra” e “Reality” è, tra i nomi forti dell’attualità italiana, quello meno legato all’intenzione, alla spiegazione e alla dimostrazione e più incline a una sensitiva e immersiva libertà nei confronti delle storie e del linguaggio di volta in volta prescelto per tradurle in cinema.
Come anticipato, il suo nuovo film è molto liberamente tratto dalla raccolta di fiabe in lingua napoletana arcaica “Lo Cunto de li Cunti” di Giambattista Basile, ma ci sembra tempo perso quello d’esibirsi in dotte perlustrazioni alla ricerca di connessioni filologiche con il capodopera valorizzato da Croce: Garrone, in effetti, ha bisogno di tornare al nucleo magmatico e violento delle fiabe europee, in seguito fluidificatesi nelle versioni dei Perrault, Grimm o Andersen, per ritrovare il proprio inconfondibile immaginario nutrito dalla realtà quotidiana e dai suoi valori più terragni e carnali, ma sempre messo a rischio delle destabilizzanti irruzioni del magico, il mostruoso, il bizzarro, l’orrido e il surreale.
Moderatamente utili, infine, risultano gli auto-riferimenti alla serie “Il trono di spade” e ai “Capricci” di Goya, mentre quelli a Pasolini diventano interessanti tirando in ballo, invece dello scontato e diversissimo “Decameron” (dove l’antropologia napoletana rivendica un ruolo molto più intenso), i contrastanti “iperrealismi fantastici” di “Uccellacci e uccellini” o l’episodio “La terra vista dalla luna”. Qui il tempo è astratto e la lingua inglese restituisce ai meravigliosi sfondi una sorta di sospensione incantata: quanto più le vicende appaiono crude, spaventose, ossessive, tanto più Garrone sottrae acmi di pathos scomposto o surplus pittoreschi, sottolineando un dettaglio “normale”, evidenziando una conseguenza logica.
Tre donne percorrono a loro modo tre fasi della vita, ingaggiando con i Re lotte che spesso vinceranno per la loro innata capacità di trasmutazione (non a caso il direttore della fotografia, Peter Suschitzky, è lo stesso di Cronenberg e di film fantacoscienziali come “eXistenZ” o “Il pasto nudo”): la Regina sterile, la principessa Viola finita tra le grinfie di un orco, la vecchia e laida Dora che ordisce un complotto per finire nel letto del dissoluto sovrano. Il leitmotiv di questi duelli scatenati tra castelli massicci, boschi oscuri e rocce scoscese (scenografie reali che assumono l’aura d’illustrazioni barocche o gotiche) non è, però, solo l’afflato femminile/femminista, bensì l’estenuante incontro-scontro con gli animali, soprattutto i più ripugnanti e immondi, che riportano gli impulsi dei personaggi alla loro essenza più intimamente bestiale, forse ispirandosi (però senza alterigia autoriale, un vizio che neppure lambisce Garrone) ai fatidici assunti della “Morfologia della fiaba” di Propp.
“Il racconto dei racconti” è un film importante che non ha interesse a proclamarsi importante e per questo sembra a tratti acquietarsi nel ritmo e nella suspense: il fatto è che la sua trance, tutta costruita a forti pennellate su sentimenti basici come la smania per la giovinezza, il desiderio di maternità, l’uccisione metaforica dei padri e le prove da affrontare per diventare adulti, richiede un’attenzione semplice, una stupefazione antica, forse addirittura una credulità visuale sconosciuta ai cultori smaliziati del minimalismo intellettualistico e del blockbuster oltranzistico.








