Valerio Caprara

Valerio Caprara

Professore di Storia e critica del cinema all’Università degli studi di Napoli “L’Orientale” e dal 1979 critico cinematografico del quotidiano “Il Mattino”. Presidente della Campania Film Commission.

Un Diamante nero per la vita

di Valeria Caprara

Celine Sciamma, che aveva già stupito con “Tomboy”, ha realizzato un film formidabile che non soffre di sbalzi di stile e tantomeno di ritmo perché non sente il bisogno di giustificare il suo teorema sulla conquista e la perdita del potere mediante la (ri)scoperta del proprio corpo e della propria mente.  Trascinante la protagonista sedicenne Marieme (Karidja Touré) e le altrettanto irresistibili Assa Sylla, Lindsay Karamoh, Marietou Tourè, Idrissa Diabata e Simina Soumare

21990-diamante-nero_jpg_620x250_crop_upscale_q85  Dire che “Diamante nero” è un film formidabile non basta: coloro (speriamo in molti) che andranno a vederlo capiranno finalmente con occhi, cuore e viscere ciò che separa una visione motivata, sfrontata e muscolare delle problematiche delle periferie abbandonate e le feroci tensioni interetniche dalle lagne edificanti e le coazioni a ripetere del progressismo pret-à-porter. La regista Sciamma aveva già stupito con “Tomboy” e il suo delicato meccanismo di suspense sessuale, ma in questa scatenata ballata di ragazze nere liberate da qualsiasi didascalia sociologica e moralismo salvazionistico riesce a profondere la sensibilità di una specificità femminile e un’apertura alla vita duramente condizionate eppure determinate, estremamente riconoscibili eppure universali.

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Non c’è un solo fotogramma del film –a partire dal prologo nello spogliatoio rugbistico che trasmette un’energia contagiosa senza bisogno di ricorrere a un briciolo di morbosità- in cui la “bande des filles” (il titolo originale) cede agli stereotipi che sono spesso più subdoli del razzismo o s’inquadra in un modello dimostrativo cosiddetto impegnato; ad affermarsi come personaggi, come si dice a Hollywood, più grandi della vita sono, infatti, la trascinante protagonista sedicenne Marieme (Touré) e le altrettanto irresistibili Lady, Adiatou e Fily che l’aiutano a respingere il ruolo timido e schivo assegnatole non solo e non tanto dal maschilismo della cattiva società occidentale, quanto da madre, sorelle, fratelli e capibastone della banlieue falsamente complici e/o solidali.

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“Diamante nero” non soffre, dunque, di sbalzi di stile e tantomeno di ritmo perché non sente il bisogno di giustificare il suo teorema sulla conquista e la perdita del potere mediante la (ri)scoperta del proprio corpo e della propria mente: il “femminismo” di Marieme, per esempio, la rende capace di fare casino, rubacchiare, menare le mani, ma anche di presentarsi di notte a casa del ragazzo per chiedergli perentoriamente di fare l’amore.

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L’intelligenza della regista le vieta di teorizzare alcunché sull’esplosiva condizione delle periferie (vietato pensare alle penose diatribe di casa nostra su ciò che “fa bene” o “fa male” alle comunità degradate), ma cerca di fare ciò che è consentito al linguaggio del cinema ovvero tradurre narrativamente la miscela di spavalderia e confusione, ignoranza e consapevolezza, tenerezza e rabbia di cui sono portatrici le bullette sexy nella loro strenua lotta quotidiana per sfuggire a un’amara predestinazione.

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