di Valerio Caprara
Non sarà un parametro inequivocabile, ma di sicuro il coefficiente di difficoltà aiuta a inquadrare i termini di qualsiasi recensione. In questo senso “Il giovane favoloso” merita il massimo d’attenzione per la rischiosa passione –viene da pensare alla formula cardiologica della “prova da sforzo”- con cui il regista Martone e la cosceneggiatrice Di Majo hanno affrontato la ciclopica impresa di tradurre in un film dalla durata in fin dei conti non soverchiante (137’) tre fasi cruciali della vita di Leopardi.
Anche perché non è affatto vero, come tenta di fare intendere la promozione del film, che la sua figura, i suoi versi immortali, le sue filosofiche riflessioni, la sua incidenza sulla formazione di un’identità nazionale o le inesauste questioni sollevate dalle interpretazioni dei contemporanei e dei posteri si risolvano in poche chiacchiere –e per di più sbagliate- degli accademici o s’esauriscano nei cliché goliardici tramandati dagli studenti di ogni grado ed epoca.
Il lato positivo della complessa operazione è, al contrario, quello di non essere stata atterrita o schiacciata da una bibliografia sterminata e dalle non di rado aspre battaglie condotte nel merito da pressoché tutte le generazioni intellettuali italiane. La cernita operata su un simile mare magnum, infine, è resa ancora più temeraria dallo stesso corpus leopardiano, denso di un florilegio di materiali eterogenei in cui non è mai stato agevole districarsi e che hanno fatto del recanatese, secondo la definizione della filologa Maria Corti, il “tipico poeta della citazione occulta”.
Gran parte delle sensazioni trasmesse dalle immagini allo spettatore sono affidate, com’è inevitabile, al protagonismo assoluto di Germano che si limita, secondo noi, a tenere a bada la propria modernità di aspetto, attitudine ed espressività e a ingaggiare una serrata battaglia dagli alterni esiti con la duplice necessità di rispettare da una parte l’infinita ricchezza interiore del personaggio e, dall’altra d’incarnarsi nella sempre più grottesca deformità fisica che lo condurrà alla morte precoce.
Non a caso nel corso del primo movimento, che compendia gli studi matti e disperati nella casa natale sotto l’egida non così folle e reazionaria del padre, le visioni del quotidiano trasfigurate nella profondità della creazione e l’impetuoso rapporto con Giordani che lo porta a identificare Recanati come il luogo della malinconia, l’attore sembra a tratti annunciare l’avvento di una sorta di Nosferatu un po’ ingenuamente rivoluzionario e un po’ scolasticamente geniale.
Il periodo della “grande glaciazione”, qualche mese dopo la tentata fuga, è peraltro suggellato dall’intensa lettura di “L’infinito” incastonata nella ricercata armonia di fotografia, scenografia e musica come il cuore, l’archetipo di tutta la poetica leopardiana.
Alquanto interlocutorio appare il successivo soggiorno fiorentino, in cui Giacomo si ritrova ostile ai sapienti salottieri e inadatto alle competizioni amorose, messo in scena con il consueto impianto martoniano di segno filmico eminentemente “frontale”. E’ chiaro come l’arrivo a Napoli, il soggiorno nelle viscere del già a quei tempi formicolante habitat e la controversa amicizia con Ranieri conferiscano al ritmo e il disegno narrativi, alle battute del dialogo e alla resa del cast una forte, cruda sterzata che, nello stesso tempo, produce i risultati migliori e peggiori di “Il giovane favoloso”.
L’accensione di una cupa sensualità, l’immersione, per così dire, dal vivo nella leopardiana dicotomia fra ragione e natura e lo smarrimento di Giacomo, ormai ridotto a mostro e messo a stretto, carnale e talvolta volgare contatto dei lazzaroni e pulcinelli nobili e plebei di un paese “semibarbaro e semiaffricano”, sembrano, in effetti, confliggere con l’impulso dell’autore a valorizzare la missione ideologicamente progressista del superprotagonista. In altre parole, il film decolla quando si lascia andare a potenti passaggi visionari come quelli della Natura impersonata da un colossale feticcio che si sgretola e di una compulsiva “La ginestra” recitata fuori campo in contrappunto alle inquadrature del Vesuvio sterminatore di genti e umane illusioni e, invece, scende di livello quando tenta di perorare in qualche modo –drammaturgicamente contraddittorio, basti pensare alla pantomima della tarantella nel vicolo o all’incursione nel postribolo con l’immancabile impatto col femminiello- l’esistenza di una parte “buona” della sua e nostra odiosamata metropoli.
Non sono ovviamente da ascrivere a carico del film certe grottesche interpretazioni che tenderebbero a ridurlo a una specie di maxi-poster animato corredato dalla scritta “Il Che (pardon, Giacomo) è vivo”. Ma certo non giova alla tenuta complessiva di un titolo comunque importante, al di là dei pellegrinaggi dei “signori presidi” con le scolaresche, il rovello sottotraccia di mostrarsi abbarbicato e quindi protetto dalla linea marxista/positivistica (Binni, Timpanaro, Luporini) che, invece, al pari di quella idealista (Croce e seguaci) ha travisato lo snodo basilare del sistema leopardiano: quel connubio tra pensiero e poesia che saranno destinati a capire solo gli irrazionalisti tedeschi Shopenhauer e Nietzsche.











