di Valerio Caprara
Jhon Carrey, il regista di “once”, firma “Tutto può cambiare” (“Begin again”), un film stilisticamente insolito e delicato interpretato da Keira Knightley, Mark Ruffalo, Adam Levine e Hailee Steinfeld. Freschezza e astuzia si dividono in parti uguali nel sorreggere il ricamo della cinepresa, scortata come meglio non si potrebbe da una validissima colonna sonora.
E’ un film senza apparenti pretese, ma stilisticamente insolito e delicato senza smancerie “Tutto può cambiare” (“Begin again”), firmato dal regista Carney già apprezzato dagli intenditori per “Once” (2006). Minimalistica, certo, quindi al limite della falsariga giovanilistica, ma resta il fatto che la storia delle incomprensioni e fatali collisioni che portano così spesso a sperperare il valore di coppia centra il suo obiettivo per nulla pedagogico grazie anche alle ottime interpretazioni dell’intero cast.
Freschezza e astuzia si dividono in parti uguali nel sorreggere il ricamo della cinepresa, scortata come meglio non si potrebbe dalla colonna sonora, in pratica un album registrato dal vivo per le strade di New York. Dove Greta (Knightly), cantautrice lasciata dal fidanzato diventato rockstar e prossima a riparare in Inghilterra, s’imbatte, come succede solo sotto quelle latitudini, con il malmesso, separato e ubriacone produttore discografico Dan (Ruffalo) che, non troppo inopinatamente per lo spettatore, ne apprezza le canzoni e decide di produrre, appunto en plein air, il suo disco d’esordio.
La trama è tutta qui, ma le schermaglie degli artisti incompresi, dei perdenti anonimi, degli amori bastonati dalle traversie della vita vissuta, dei produttori incapaci di cogliere i mutevoli gusti di sua maestà il pubblico consumatore acquistano, nella scansione sincopata, sfumata, autoironica conferita dallo stile a metà strada fra il classico e lo sperimentale, quel sentore di “verità cinematografica” e quel pudore come incalzato dall’indiscreto fascino della cinepresa che continuano a tenere a galla, in barba ai blockbuster da maxicinema e alle serie tv che scompaginano la routine, il vecchio, caro marchio hollywoodiano.








