Valerio Caprara

Valerio Caprara

Professore di Storia e critica del cinema all’Università degli studi di Napoli “L’Orientale” e dal 1979 critico cinematografico del quotidiano “Il Mattino”. Presidente della Campania Film Commission.

Rak, si gira
L’arte della felicità…

di Valerio Caprara

Tutto è cominciato con la presentazione alla Settimana della critica della Mostra di Venezia. Un vivido successo che subito è diventato il traino di altre e numerose sortite nei territori d’elezione dei cinefili. Poi “L’arte della felicità”, primo film dopo diversi cortometraggi e videoclip dell’illustratore e fumettista napoletano Alessandro Rak, ha affrontato l’alea del mercato riuscendo a ottenere un discreto risultato al botteghino nonostante le condizioni dure e sfavorevoli riservate ai film d’animazione.

 

A Festival l'Arte della felicità si parla del "Desiderio"

Dopo l’uscita del dvd, l’ultima buona notizia riguarda la pubblicazione, del graphic novel a colori (Rizzoli Lizard, pp. 160, 16 euro) che ripropone ai sempre più folti ammiratori l’esperimento nato dall’abnegazione e l’affiatamento di un gruppo di giovani creativi riuniti dal cosceneggiatore e produttore Luciano Stella e dallo stesso incoraggiati a operare in una città –la nostra- dove è più facile farsi la guerra o rassegnarsi. La storia, giova ricordarlo, è quella del tassista Sergio che percorre con aria stropicciata e disillusa le strade di Napoli pressoché apocalittica, battuta da incessanti piogge, assediata da montagne d’immondizia e popolata da personaggi estrosi e inafferrabili come la sua anima nobile, degradata e ‘pour cause’ nemica mortale degli zelatori di ciclici presepi politicamente corretti.

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Il tormento che lo sconvolge e lo spinge a comportamenti bruschi a stento mitigati dal compulsivo ricorso alle sigarette e l’avvolgente voce di uno speaker radiofonico scaturisce dal destino toccato all’adorato e ammirato fratello maggiore Alfredo morto nel Tibet dove si era ritirato assumendo l’identità e le pratiche di monaco buddista. Ad assediarlo è soprattutto l’eco delle giovanili musiche prodotte in coppia con Alfredo, una suite di note che, anziché svanire nel rimpianto, tornano struggentemente a invocare un accordo inedito, magico e mistico tra l’irrecuperabile passato e il presente che non può, non deve corrodersi nel torpore morale e la rabbia civica.

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I disegni molto scabri e intensi, magari assimilabili a quelli del fortunato film israeliano “Valzer con Bashir”, riescono quindi a evocare i flussi di autocoscienza, i salti temporali e gli scarti prospettici che della nostra odiosamata metropoli riescono a evocare -certo meglio di quanto non facciano gli interminabili ed estenuati dibattiti intessuti a ogni piè sospinto dai tuttologi difensori d’ufficio- l’inimitabile quanto ambigua insondabilità. In libreria un possente impulso alla diffusione del graphic novel sarà, per il buon peso, dato da Roberto Saviano che, dopo averne anticipato il nucleo sulla sua rubrica di “L’Espresso”, firma una prefazione molto argomentata, strenuamente entusiastica e persino –si parva licet- un pizzico retorica.

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“Un capolavoro inaspettato. Un dono piovuto dalla mente creativa, pigra, instabile, geniale di Rak… Nessuna metafisica. Ci si bagna fin dentro le ossa, ci si scotta, ci si ferisce, ci si rinfranca davvero, si attraversa una città meravigliosa con le sue contraddizioni e la vita che scorre non sembra la nostra, anche se ci appartiene… Quando mi sono accostato a queste tavole mi è mancato il respiro. Mi è accaduto qualcosa che non so più fare da tempo: mi sono sentito felice. Affranto e rinfrancato. Ho sentito le lacrime in bocca, sensazione incredibile per me che ho disimparato a piangere”.

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Saviano ha senza dubbio tutto il diritto di raccontare se stesso attraverso le lisergiche peregrinazioni del tassista nei labirinti del cuore e le sue intermittenze. Lo spettatore vorrebbe anche capire meglio, però, come la tecnica di montaggio del cartoon, il suo progetto linguistico, il flusso del suo magma visionario e l’eccezionale coespressibilità (come la definiva Panofsky) tra immagini e musica siano riusciti a trasmettergli qualcosa di meno banale della difficoltà di accettare, capire, conferire un senso, convivere con la morte.

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Un altro discorso che rischia di restare sperduto nel buio è quello sulla gloria e la miseria di Napoli: la parte migliore e meno ridondante di “L’arte della felicità”, film che in ogni caso ha vinto la sua temeraria e, non ci si vergogni a dirlo, remunerativa sfida, risiede proprio nel paralizzante periplo del protagonista, a prima vista piuttosto alieno da eleggerla, come deduce Saviano, a “luogo che può insegnare al resto del Paese come considerare la crisi un momento di riflessione prima della rinascita e non l’ultimo rantolo che precede la morte”.

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