Valerio Caprara

Valerio Caprara

Professore di Storia e critica del cinema all’Università degli studi di Napoli “L’Orientale” e dal 1979 critico cinematografico del quotidiano “Il Mattino”. Presidente della Campania Film Commission.

Alabama Monroe
I suoni del dolore

 di Valerio Caprara

Il film di questa settimana è il pluripremiato “Alabama Monroe” per la regia di Felix Van Groeningen e con l’interpretazione di Johan Heldenbergher e Veerie Baetens

Certo, la musica bluegrass e un film belga di lingua fiamminga sembrerebbero contraddizioni in termini. Eppure, acquisendo un merito importante, il regista van Groeningen riesce a fonderli credibilmente nello sviluppo di una storia durissima, esposta al rischio del collasso emotivo, sbilanciata sul piano drammaturgico, ma in ogni caso impossibile da relegare nel deposito del cinema di routine.

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Il fatto che “Alabama Monroe” sia stato pluripremiato in Europa e valido contendente di Sorrentino nella corsa all’Oscar di migliore film straniero non ci fa velo, perché il culto dell’autorialità non lesina in questo campo gli equivoci contenutistici: il nucleo forte del film –tratto da una pièce teatrale scritta dall’attore protagonista- sta, invece, nelle superbe recitazioni e nella formidabile presa di una colonna sonora che è parte integrante della trama. Detto questo occorre avvertire che la quota di sofferenza proposta allo spettatore è alta, tanto da indurre qualche cronista sbrigativo a includerlo tout court nella categoria dei “film sulla malattia dei bambini”.

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Non è così perché l’ambizione, come abbiamo detto, è molto più vasta, ma dall’angoscioso clou, tuttavia, non si scappa considerando che sin dalla prima sequenza c’è una bambina settenne sottoposta alle cure per una grave forma di tumore del sangue. L’ordine cronologico tradizionale viene, d’altra parte, continuamente scomposto facendo sì che il film prosegua in un ellittico, ardito e originale intreccio di passato, presente e futuro: Didier, allegro e irsuto suonatore di banjo in un gruppo country bluegrass (con il bonus di un omaggio al caposcuola Monroe la cui voce venne definita un “high lonesome sound”, cioè un suono caratterizzato da timbriche alte e solitarie) incontra la disinibita tatuatrice Elise, se n’innamora follemente e la porta a vivere nel suo scalcinato eden agreste. Nasce così l’incantevole Maybelle che sarà, purtroppo, colpita nel fiore degli anni dalla malattia destinata fatalmente a minare la chimica psicofisica fra i genitori e a precipitarli in un aspro dissidio mentale, morale e addirittura ideologico. A questo punto il copione induce la regia a esasperare i toni in un vero e proprio “overdrive” melodrammatico, che non giustifica con una peculiare logica narrativa le scene madri del duello tra la depressione sfociante in una deriva para-mistica o, comunque, spirituale della donna e la nevrastenica, revanscistica rabbia anti-cattolica e anti-americana del musicista. I cui sproloqui in privato e in pubblico (per di più terribilmente datati al tempo di Bergoglio e Obama) attenuano un po’ la qualità, comunque notevole, della tragica ballata.

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