di Valerio Caprara
Regia di Edoardo De Angelis, con Luca Zingaretti, Marco D’Amore, Massimiliano Gallo e Simona Tabasco, “Perez” e un noir contemporaneo interamente ambientato nella landa affascinante e insieme repulsiva del Centro direzionale
Due film definibili senza troppe forzature “napoletani” s’apprestano a duellare sul mercato accrescendo, per una volta, la rilevanza del filone anziché avvilendolo in routine. La prima delle opere seconde è “Perez.”, fuori concorso alla recente Mostra di Venezia, un noir contemporaneo interamente o quasi ambientato nella landa affascinante e insieme repulsiva del Centro direzionale firmato Kenzo Tange: Edoardo De Angelis, che era apparso promettente nell’acerbo “Mozzarella Stories”, prima lo ha sceneggiato con Filippo Gravino (“Una vita tranquilla”) e poi diretto con maggiore tenuta narrativa, ma senza abbandonare lo spirito sui generis del proprio taglio stilistico.
Se la riproposta di vicende sottoposte al moloch camorristico paga dazio all’eco vividissima della serie tv “Gomorra”, infatti, questo film d’impianto tutto sommato classico -l’antieroe caduto in una trappola, un piano folle e pericoloso per uscirne, l’illusione della palingenesi e il riscatto- è gremito di dissonanze, dilatazioni, paradossi, straniamenti che sollecitano l’attenzione al di là del drammatico cul-de-sac in cui va a cacciarsi l’avvocato del titolo, vagamente imparentato con il collega “De Gregorio” di Squitieri con Albertazzi (2003).
Zingaretti, coinvolto anche sul fronte della produzione, s’incarna con la consueta professionalità nella veristica figura della mosca da tribunale, il leguleio delle cause (perse) d’ufficio, il poveruomo rassegnato circondato da poveruomini sfrontati. L’unico valore non svenduto è la figlia diciottenne (Tabasco), scapestrata la sua parte tanto da mettersi con un giovane camorrista (D’Amore) foriero di torbide e insostenibili ambiguità…
Quando un perdente di tal fatta è richiesto come difensore da un mefistofelico boss (Gallo) diventato collaboratore di giustizia il gioco si fa duro e s’intuisce come la sua croce quotidiana stia per precipitare in una spirale tragica dagli esiti imprevedibili. Dal purgatorio dell’habitat avveniristico-partenopeo, insomma, all’inferno di una lotta senza esclusione di colpi, in primis quelli machiavellici.
Specie nel tirare le somme “Perez.” sconta qualche cedimento logico, perde qualcosa dell’originalità strutturale cara al regista e cerca il contatto con l’emotività di platea con eccessivo zelo. E’ assai difficile, però, che svanisca nel deposito del già visto la ferocia di certi sguardi in macchina di D’Amore e Gallo, la proterva brillantezza dei controluce tra vetro e cemento o gli aut aut coscienziali che non di rado trasformano le macchiette in martiri sotto il nostro cielo.










