Valerio Caprara

Valerio Caprara

Professore di Storia e critica del cinema all’Università degli studi di Napoli “L’Orientale” e dal 1979 critico cinematografico del quotidiano “Il Mattino”. Presidente della Campania Film Commission.

Magico, malinconico Woody

di Valerio Caprara

Non è il  film migliore di Wood Allen ma, certamente, uno dei più sottilmente malinconici. Il film è interpretato da Colin Firth, Emma Stone, Marcia Gay Harden, Hamis Linklater e Erica Leerhsen

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Non è più impellente rincorrerlo, stenderlo sul tavolo operatorio e sottoporlo a un’accanita operazione critica. La prima ragione è quella che un film di Woody Allen non prevede controindicazioni e anche senza possedere la tessera da critico andranno (quasi) tutti a vederlo senza remore. La seconda è che la commedia umana alleniana ormai assomiglia a quella di Balzac e va vista, goduta, correlata, interpretata come se si trattasse di un romanzo finora suddiviso in quarantaquattro capitoli, per di più cadenzati su altrettante fasi della nostra vita non solo di spettatori. Per “Magic in the Moonlight” il settantanovenne autore ha scelto per proseguire quest’intarsio liberatorio innanzitutto per se stesso gli sfondi di uno dei paradisi in terra -la French Riviera, come l’hanno sempre chiamata le frotte di turisti anglosassoni adepti delle sue conclamate amenità- e l’ambientazione storica della fine dei ruggenti anni Venti vagamente turbati dall’avvento dei totalitarismi europei che porteranno alla guerra mondiale.

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Il raccontino inizia con il cinquantenne solitario, disilluso e scettico Stanley, interpretato dal come sempre superbo Colin Firth, che si esibisce trionfalmente a Berlino travestito da mago cinese col nome artistico di Wei Ling. Conoscendo il suo rigore, che lo porta a detestare e combattere i ciarlatani del mestiere a quel tempo molto in auge, un collega gli propone una missione assai gradita: smascherare l’ennesimo impostore che, asserendo di godere di autentici poteri sovrannaturali, s’è installato presso la magnifica villa francese della ricchissima famiglia americana dei Catledge.

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La sorpresa consiste, però, nel fatto che l’indagine in incognito dovrà essere condotta contro l’avventuriera dai capelli rossi e gli occhi verdi Sophie, alla quale Emma Stone conferisce adeguate caratteristiche di grazia filiforme e seducente freschezza.

Difficile essere sorpresi dall’esile intreccio che vede lo sprezzante inglese via via sempre più attratto dall’americanina con mamma intrigante al seguito, sia per quanto riguarda le sue doti, sia per il suo fascino.

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Non è la prima volta, del resto, che l’autore si dedica al personaggio démodé del mago (“Stardust Memories”, “La maledizione dello scorpione di giada”, “Alice”, “Scoop”), forse perché –come accade per l’interesse di Eduardo nei confronti degli “artefici magici”- gli permette di metaforizzare senza pesantezze l’eterna diatriba tra fede e agnosticismo, verità e menzogna, ragione e metafisica, amore e psiche.

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E a voler essere notarili, neanche delle atmosfere intonate al crepuscolo della Jazz Age alla Scott Fitzgerald si può dire che rappresentino un’inedita portata del menu; eppure “Magic in the Moonlight” riesce a valorizzare al massimo gli aspetti positivi e a rendere al riaccendersi delle luci gli spettatori soddisfatti o almeno un po’ felici: il cast, innanzitutto, come abbiamo premesso; la fotografia di Darius Khondji, in grado d’esprimere un impressionismo autonomo dai flussi e reflussi della ‘coazione a ripetere’ alleniana; i lievi inserti comici che assicurano alle schermaglie del dialogo il tempo garantito dalla casa. In questo senso conta poco rifarsi all’archivio mentale del cinefilo e tirare in ballo come prova a carico o discarico i film affini di Cukor, Vidor o Borzage.

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La verità è che lontano da New York, l’amato scenario ormai refrattario a qualsiasi illusionismo onirico, viene facile e fluido recuperare la soave malinconia e l’esotismo da cartolina ricorrenti nelle incursioni europee (“Vicky Cristina Barcelona”, “Midnight in Paris”). Non siamo, insomma, di fronte al suo film migliore, ma certamente a uno dei più sottilmente malinconici in cui il mago che non crede più nei suoi poteri è –evidentemente, ma a torto- proprio lo stesso Woody.

 

 

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