di Valerio Caprara
L’utopia di un’assoluta purezza che finisce con lo sconfinare nel fanatismo e nell’intolleranza destabilizza a poco a poco la sinergia tra i “cuori affamati” (di verità, d’amore, di difesa e preservazione dai complotti societari) trascinando verso l’abisso la sorte dell’incolpevole vittima di uno squilibrio familiare. Un film di Saverio Costanzo interpretato da Adam Driver, Alba Rohrwacher e Roberta Maxwell
Non è certo un film ammiccante o accomodante “Hungry Hearts” ed è improbabile che la doppia Coppa Volpi vinta all’ultima Mostra di Venezia dagli attori protagonisti Driver e Rohrwacher accresca il suo appeal nei confronti del pubblico.
Nonostante l’impianto low cost, il minimalismo ambientale e l’ossessivo leitmotiv, però, non si tratta del solito prodotto da festival perché il regista Costanzo quantomeno si dimostra convinto e coerente nel seguire una linea creativa da noi insolita, molto attenta allo stile e tematicamente provocatoria. Basta, in effetti, sintetizzarne la trama –tratta dal romanzo autobiografico “Il bambino indaco” di Marco Franzoso (edizioni Einaudi)- per rendersi conto di cosa aspetta lo spettatore motivato: Jude e Mina s’incontrano in circostanze anomale a New York, si sposano più che altro per ragioni pratiche e accolgono la nascita di un figlio con crescente inquietudine rispetto alle responsabilità che comporta. La neomadre, in particolare, è convinta di dovere proteggere il piccolo da un mondo ostile e brutale in tutte le sue componenti e letteralmente invasata dalle estremistiche teorie alimentari che dovrebbero salvaguardarne la crescita.
L’utopia di un’assoluta purezza che finisce con lo sconfinare nel fanatismo e nell’intolleranza, a ben vedere non troppo estranea alle polemiche suscitate dai recenti abomini terroristici, destabilizza a poco a poco la sinergia tra i “cuori affamati” (di verità, d’amore, di difesa e preservazione dai complotti societari) trascinando verso l’abisso la sorte dell’incolpevole vittima dello squilibrio familiare. Il cibo, quindi, diventa la metafora dell’ideologia che avvelena le menti blindandone nelle conseguenti paranoie e Costanzo insiste, come se si trovasse alle prese con un psico-horror, sul ricorso agli obiettivi deformanti, agli effetti claustrofobici, alle riprese traballanti e all’onirica fotografia garantita dal fuoriclasse Fabio Cianchetti. Il risultato, purtroppo, non premia il suo coraggio e la sua sincerità perché la sceneggiatura è prosciugata sino all’inevitabile congelamento intellettivo ed emotivo, la Rohrwacher è azzerata nella psicologia e ricalcata solo su un’allucinata fisicità di prammatica e il doppiaggio italiano applicato alla versione originale girata in inglese risulta altamente artificioso e spezzettato in una serie d’interiezioni sgradevoli e superficiali.








