di Valerio Caprara
“Si accettano miracoli” è la seconda regia di Siani dopo “Il principe abusivo”. Il film oltre che da Siani, è interpretato da Fabio De Luigi, Ana Caterina Morariu, Serena Autieri, Giovanni Esposito, Maria Del Monte, Paolo Triestino e Giacomo Rizzo.
Ressa al botteghino: le anteprime confermano che la domanda del pubblico supera quella a suo tempo suscitata da “Il principe abusivo”. Molto bene, nessuno come noi auspica le sale piene sia per amore della natura popolare del cinema, sia per la sopravvivenza della critica e della cinefilia che, come si sa, non allignano nel deserto. Ai titoli di coda di “Si accettano miracoli” e tra gli applausi dei convenuti già viaggia, peraltro, il commento che sembra scaturire da un vago senso di delusione: c’è bisogno di questo tipo di film, non può esserci solo “Gomorra”.
Giusto, giustissimo: si tratta di valutare, però, quali carte concrete (soggetto, sceneggiatura, ritmo, riprese, recitazioni ecc.) mettano in tavola le offerte alternative allo straordinario serial di Sollima & company. Certo nella nuova commedia di e con Alessandro Siani i punti esclamativi non mancano: l’attore è garbato, piacevole e disinvolto, dal suo canone sono escluse scurrilità e salacità a buon mercato, la new entry De Luigi fa il suo e i brillanti caratteristi –da Casillo a Rizzo, da Esposito a Del Monte– arruolati senza gelosia né risparmio sono integrati nella logica del racconto e non abbandonati nei siparietti.
Però ci si ferma qui e l’evoluzione del mattatore non sembra procedere di buona lena: “Si accettano miracoli” si limita a svolazzare nella gabbietta della favola romantica modello neorealismo rosa e a piluccare nel repertorio della battute che a teatro gli aficionados sono abituati a percepire molto più crepitanti e coinvolgenti; ma il difetto principale sta nell’impianto che persino al pubblico occasionale o distratto potrebbe apparire ripetitivo, a cominciare dalle moine dei birichini scugnizzi moltiplicatisi a dismisura dopo gli exploit di “Io speravo che me la cavo” (peccato che a uno di essi la costumista abbia affibbiato un incongruo berrettone alla Jackie Coogan chapliniano).
Sul piatto nudo e crudo dell’efficacia comica, poi, la strada è un po’ troppo obbligata: o si è in piena sintonia con le pause, gli ammicchi, le piacionerie napoletaniste e i cine-selfie di Siani o si resta al palo del sorriso light.










