di Valerio Caprara
Partito fortissimo al box-office e gia oggetto delle pensose esegesi dei cultori del filone socio demenziale ecco “Italiano Medio” diretto ed interpretato da Maccio Capatonda e con Herbert Ballerina e Barbara Tabitta.
Anche sul teleschermo e il web tutti ci tengono a sparare ad alzo zero contro il cosiddetto italiano medio che sarebbe la sentina di tutti i mali. Tra questi crociati della denuncia spicca senza dubbio Capatonda, performer quasi inclassificabile, ma in ogni caso fornito di una vocazione demolitoria, anarcoide e disinteressata agli sfogatoi politici.
Al cinema il suo personaggio-guida Giulio Verme, contornato dagli attori-complici delle avventure care a migliaia di giovani habitué, si è adesso materializzato in “Italiano medio” già partito fortissimo al box-office e già oggetto delle pensose esegesi dei cultori del filone socio-demenziale. C’è il rischio al proposito d’imbarcarsi in una contorta corsa allo snobismo dell’antisnobismo o di cedere alla tentazione d’incrociare le armi in qualche modo con le reazioni dello spettatore, appunto, medio.
Forse è il caso, invece, di mantenersi all’altezza di quel (poco) che Capatonda riesce a proporre nel ritmo, la forma e la chiave narrativa del film: dove Verme, inaudito rompiscatole e grottesco progressista, viene trasformato da una pillola che lo porta a usare il 2 per cento del cervello in un ossesso smandrappato, trucido e allupato ideale per partecipare all’immancabile talent show supertrash della cattiva maestra tv. A parte l’imbarazzo suscitato dalle movenze schizoidi e gli strepiti invasati, secondo noi il fallimento del trapianto sta nell’ovvietà dei bersagli, la stiracchiatura delle maschere e la puerilità delle provocazioni.









