di Valerio Caprara
Piangono le generazioni tenute in vita dalla fede nel rock. Ma anche per coloro che non usano i film come tagliandi per introdursi nei cenacoli d’arte il momento è duro e la commozione tracima
Limitandosi a consultare un dizionario non si riesce, in effetti, a captare la commistione di mistero e carisma, fusione e costruzione che s’irradia dal prolungato e profondo rapporto di Bowie con il cinema. Soprattutto perché la statura dell’attore si è spesso dimostrata all’altezza di quella del musicista e del cantante: a partire dal 1976, quando Roeg lo scelse come protagonista extraterrestre del labirintico “L’uomo che cadde sulla terra”, la sua identità trasgressiva, la sua figura androgina e la sua espressione felina, intensa, enigmatica hanno cercato di connettersi e interagire con l’autentica natura metamorfica della recitazione.
Il dato, insomma, degli oltre 450 contributi in composizioni originali e brani personali offerti alle soundtrack di altrettanti titoli rischia persino di sbiadire nel confronto con le sue sorprendenti epifanie sullo schermo. Il risultato davvero straordinario e il suggello della sua filmografia stanno nel fatto che Bowie, pur rimanendo sempre Bowie, si è reso ogni volta irriconoscibile, inclassificabile, camaleontico nello svariante prisma dell’apparenza e la sostanza richiesti dalle parti.
Vampiro più che mai dotato di appeal transessuale nel venefico cult del 1983 “Miriam di sveglia a mezzanotte” di Tony Scott, raggiunge nello stesso anno un vertice assoluto nel capolavoro di Oshima “Furyo”, in cui è l’ufficiale inglese detenuto in un lager giapponese a Giava capace di suscitare il desiderio represso e quindi la sadica (auto)punizione del giovane comandante nemico.
Il duello di attrazione/repulsione inscenato con l’omologa rockstar Sakamoto, anche autore delle ipnotiche musiche, culminante in un bacio intriso d’insostenibile violenza e quindi ben lontano dai compiacimenti gay-chic oggi in voga, vi rafforza in maniera memorabile lo stile insieme ieratico e spietato della narrazione.
Ruoli ridotti, ma non meno protesi sulla strada del culto gli sono stati in seguito affidati da registi certo disinteressati alla strumentalizzazione divistica, dallo Scorsese per cui è il Ponzio Pilato di “L’ultima tentazione di Cristo” al Lynch di “Fuoco cammina con me”, dall’Henson di “Labyrinth” in cui è il re dei Goblin allo Schnabel di “Basquiat” in cui s’immedesima nell’insondabile maschera di Warhol o a “The Prestige” di Nolan e fino all’elettrizzante musical “Absolute Beginners” di Temple e il più recente “Zoolander” di Stiller nei quali interpreta se stesso con la consueta nonchalance aliena.
I più strenui tra i cinefili non si limitano, però, a scorrere l’elenco e preferiscono cogliere l’attimo fuggente di una canzone che diventa trama, una trasfigurazione mitografica, una citazione abilmente contaminata –… il cruciale concerto di “Christiane F.”, l’alter ego affidato a un personaggio di “Velvet Goldmine”, lo “Space Oddity” nella versione italiana cantata da Teo Falco al fratello nella cantina di “Io e te”, la deliziosa “Volare” di “Absolute Beginners”, il “Nature Boy” di “Moulin Rouge” o la trascinante “Cat People” di “Il bacio della pantera” poi ripresa dal canto di guerra dell’eroina di “Bastardi senza gloria”…- che promettono d’innalzare il Duca Bianco al rango degli heroes.










Ho sempre amato David , ora lo piango .