di Valerio Caprara
“Trash” è una favola metropolitana di Stephen Daldry che racconta di tre ragazzi di strada (interpretati da Rickson Tevez, Eduardo Luis e Martin Sheen) che vivono a Rio de Janeiro. 
“Trash” ha vinto il premio del pubblico al Festival di Roma e se ne capisce il perché. Favola metropolitana condotta con incalzante ritmo, ambientata in uno scenario sgargiante e recitata da tre irresistibili ragazzi di strada, il film dello sperimentato Daldry ricorre a tutte le scene madri, le battute chiave, le astuzie di montaggio e le bellurie fotografiche utili a riprendere sotto forma di gradevole spettacolo i disastri societari raccontati dal più aspro cinema poliziesco brasiliano degli ultimi anni (“La Città di Dio”, “Tropa de Elite”). Raphael, Gardo e il Rato sopravvivono, infatti, a Rio de Janeiro frugando nell’immensa discarica della favela a caccia di materiali dismessi da rivendere, fino a quando non trovano un portafoglio rigonfio di soldi e documenti.
Fortuna o disgrazia? Sta di fatto che spunta fuori un ambiguo poliziotto al servizio del politico di turno deciso a recuperarlo a tutti i costi e l’intreccio di mosse e contromosse tra miseria e corruzione, violenza e redenzione si fa via via più teso e minaccioso. Rispetto al non troppo dissimile “The Millionaire”, però, il tono è più insincero e meno picaresco per lasciare spazio a un compiacimento etnografico che a qualcuno è sembrato colonialistico, mentre a noi solo a metà strada tra autorialità e consumismo.







