di Giuseppe Crimaldi
La sicurezza pubblica in Campania continua a destare allarme per la presenza di clan camorristici e per l’endemico e crescente attecchimento della devianza minorile. Il presidente della Corte di Appello di Napoli Antonio Buonajuto ha inaugurato l’anno giudiziario. E così sia.
Le parrucche sono state tirate fuori dai polverosi armadi, e pure gli ermellini. Già, i poveri ermellini per lo scotennamento dei quali nessuno al mondo si è mai indignato, quasi che anch’esse povere bestiole fossero nate vittime sacrificali. Ma per oggi passi: e si illumini la scena al passaggio dei vessilliferi della Giustizia.
Il nuovo anno giudiziario può iniziare, e con esso i valzer delle sue celebrazioni. Beata fu quella mia prima volta: quanti ricordi e che emozione con il cuore che batteva forte mentre iniziava la mirabile sfilata di toghe lungo il Salone dei Busti di Castelcapuano, dove – che strano – ci si arriva nove su dieci perché costretti solo dopo la laurea in legge; fosse per me, renderei invece quella visita obbligatoria innanzitutto alle matricole iscritte a Giurisprudenza, a quei ragazzi che nemmeno sanno chi siano mai stati togati del calibro di Nicola Amore, Giovanni Pansini, Alfredo de Marsico, Lelio Porzio et caetera et caetera. Sic transit gloria mundi. Et de hoc satis.
“Giustizia ritardata è giustizia negata”. Non lo diceva uno qualunque ma un certo Montesquieu, uno che se ne intendeva di diritti. Ma chi se ne frega. E allora che le danze abbiano inizio: con le fanfare ad intonare l’inno di Mameli, i flash e le telecamere, i drappi di seta rossi della festa, il parterre d’eccezione, i discorsetti di circostanza e le inevitabili polemicucce da palco di avanspettacolo di terza categoria. Chi scrive può permettersi di dirlo senza cadere nel ridicolo, sapendo di essere arrivato al quarto di secolo con tante ma proprio tante candeline accese per l’occasione. E’ il mio ventiquattresimo resoconto giornalistico dell’anno giudiziario a Napoli, e se ci aggiungo due edizioni in Cassazione – a Roma – vado per l’over 25. Sorrisi e convenevoli sono inclusi nel prezzo. Una grande abbuffata di ovvietà, buoni propositi e malcelate critiche (sempre le stesse, provate a smentirmi): ecco servito l’ideale buffet che va in scena a Napoli come nel resto dei capoluoghi di distretti giudiziari italiani, e poco importa se poi mancano il rosolio, i babà e le sfogliatelle. Tanto basta solo chiudere gli occhi, ed è come se ci fossero davvero.
Continuano pomposamente a chiamarla “inaugurazione dell’anno giudiziario”, ma poi in fondo è sempre la stessa solfa. E nessuno dice la verità: nessuno ha il coraggio di sputtanare da quel sommo palco un sistema – quello giudiziario italiano – che fa acqua da tutte le parti. Il colabrodo forse ha più dignità a guardarsi nello specchio, e questo sia detto con il massimo rispetto per gli operatori onesti di uno dei servizi essenziali a ogni popolazione che voglia immaginarsi civile. La chiamano Giustizia, con la G maiuscola: peccato che servano mediamente 8 anni per arrivare a una sentenza di assoluzione o condanna nel processo penale e 15 in quello civile. E si fottano pure, gli innocenti e i portatori di una giusta causa. E pensare che gettare il bambino con l’acqua sporca resta veramente un crimine: ché sono tanti i magistrati, gli avvocati, gli impiegati amministrativi i quali spendono quotidiane energie e si fanno in quattro nel fare il loro dovere. Invece l’impegno dei molti (non certo di tutti) viene neutralizzato da una babele di norme e cavilli che – nove su dieci – finiscono per aiutare i disonesti. Perché, giurateci, questo sistema-giustizia alla fine deve essere temuto dagli onesti e non dai veri colpevoli.
Che cosa ci sia in fondo da festeggiare o celebrare, di fronte a cotanto strame di diritti, non è ben chiaro. Ma lo spettacolo deve andare avanti, sempre e comunque. Evviva.











