di Valerio Caprara
“Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza” di Roy Anderson con Holger Andersson, Nilson Westblom, Lotti Tornos e Viktor Gyllenberg è la messinscena di una realtà tragicomica e grottesca che alla fine però non risulta davvero anticonformista e originale.
Certo “Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza” è un titolo tanto criptico quanto beffardo, ma questo non vuol dire che quello del settantunenne regista svedese Andersson sia un film trascinante.
Certo l’ultimo tassello della sua trilogia “sull’essere umano” -39 brevi piani-sequenza bloccati come ‘quadri viventi’ e tenuti insieme da un esile e spesso muto gioco di rimandi- evoca grandi modelli come Buster Keaton, i Monty Python, Kaurismaki e soprattutto il teatro dell’assurdo di Beckett, ma questo non vuol dire che abbia meritato il Leone d’oro di Venezia 2014.
Certo l’umorismo nero e il tratto tra l’espressionista e l’astratto che pervadono la messinscena di una realtà tragicomica e grottesca è coerente a un programma di straniamento totale, ma questo non vuol dire che il sentimento del pubblico debba uniformarsi a un taglio così algido e paradossale.
Certo l’idea che l’apocalisse non sia un affare di effetti speciali né di profezie filosofiche e che l’amore, il dolore, la crudeltà e il cinismo, la storia e la nostalgia ci riguardino solo come evanescente riflesso di un mondo già trapassato è sommamente allarmante, ma questo non vuol dire che i temi prescelti e le riflessioni e i moniti allegati risultino alla fine davvero anticonformisti e originali.
Un’ipotesi plausibile della sopravvalutazione di cui è stato oggetto “Un piccione…” è legata all’impressione indelebile lasciata dalle prime vignette del film, una sorta di prologo composto da tre incontri con la morte gravidi di un devastante nichilismo esistenziale.
L’ipnotico e provocatorio gioco dell’oca, però, alla lunga ruota su se stesso e mescola sino alla saturazione dello spettatore il finto stupore per le brutture dell’occidente cosiddetto (ma oggi non più così tanto) opulento con la vera strategia di accostarle l’una all’altra con un malcelato compiacimento intellettualistico, lo stesso che ha fatto dichiarare ad Andersson d’essersi ispirato al quadro di Bruegel il Vecchio “Cacciatori nella neve”. La prospettiva dell’anti-racconto è resa particolarmente distaccata e alienata dal filo conduttore basato sulle stanche peregrinazioni di una coppia di commessi viaggiatori che tentano invano di fare acquistare ai renitenti clienti qualche oggetto del loro squallidissimo campionario, dai denti di vampiro al sacchetto ridente e alla maschera dello “zio dal dente solitario”. L’itinerario di tali morti viventi (gli attori hanno i volti ricoperti di biacca) è accompagnato, pour cause, da una fotografia che spegne ogni squillo imponendo un sempiterno grigiore autunnale, metaforico, va da sé, dell’umanità contemporanea sprovvista di un passato decente e attesa da un futuro peggiore.
Infelicità senza riscatto: sia in una scuola di flamenco con la pachidermica insegnante che tenta di sedurre l’efebico allievo, sia nel bar dell’allupata Lotte la zoppa, sia nel pub odierno dove arriva a sorpresa il mitico e un po’ gay re Carlo XII di Svezia mentre all’esterno vanno e vengono le sue truppe di cavalleria al canto di “Glory, Glory, Hallelujah”, sia nell’insopportabilmente prolungata sequenza degli schiavi neri in catene introdotti dai cattivi borghesi in bombetta nell’immenso forno crematorio che trasformerà in musica i loro strazianti lamenti. Il clou del film –qualora si valuti in positivo l’ambigua scelta di ridere compatendo o viceversa- va ritenuto il ricovero serale dei due marionettistici personaggi-guida in un’agghiacciante casa di riposo dove, come unico conforto, si potrebbe ascoltare sempre lo stesso 45 giri: peccato che il guardiano lo proibisca a norma di regolamento. Vuoi vedere che secondo l’autore è tutta colpa del capitalismo?











