di Valerio Caprara
Il film dei fratelli Taviani, “Maraviglioso Boccaccio” (interpretato da Lello Arena, Vittoria Puccini, Roberto Scamarcio, Kashia Smutniak, Carolina Crescentini, Flavio Parenti, Paola Cortellesi e Kim Rossi Stuart) non riesce a giustificare appieno gli scarti dal crudele al fantastico, dal grottesco al sensuale, dal vitalistico al cupo e a profondere come pure si proponeva bellezza, desiderio e passione nella messinscena.
Boccaccio presentarsi al pubblico come “maraviglioso”. I fratelli Taviani rivolgono, infatti, lo sguardo alla natia Toscana e rileggono cinque delle cento novelle del Decameron -scritto dal certaldese sulla spinta emotiva della peste che sconvolse Firenze nel 1348- aderendo allo scrupolo filologico, ma poi stemperandolo in un film fedele al proprio stile teatrale, fiabesco e straniato. Come si è detto e ridetto in via preventiva, lo spettatore si trova di fronte a una visione opposta a quella iper-trasgressiva voluta da Pasolini per la versione che sbancò il botteghino, raccolse un centinaio di denunce per oscenità (era il ‘71, ma sembra il medioevo) e diede vita al simpatico ma demonizzato filone trash del cinema decamerotico.
E’ dunque inutile disquisire sulle differenze, anche perché al classico italiano la critica letteraria non ha mai smesso d’attribuire una straordinaria varietà di motivi: in questo senso la castità pressoché assoluta e il ritmo narrativo pervaso di contemplazione lirica di “Maraviglioso Boccaccio” non rappresentano, a pensarci bene, una brutta o imbarazzante sorpresa.
Ciò che sconcerta, invece, è il gap tra l’indubbia suggestione delle location, i costumi e la musica –connessa soprattutto alla cornice, il buen ritiro in una villa di campagna di un gruppo di giovani in fuga dall’epidemia- e il mosaico recitativo di nerbo e intensità altalenanti: un riuscito incipit macabro grazie al tenebroso Scamarcio, l’esasperato apologo della dabbenaggine di Calandrino con Rossi Stuart fuori parte, il povero falcone di Federico più in forma dei partner umani Vagni e Trinca, un efficace/efferato Arena che induce al suicidio la radiosa figlia Smutniak, la Cortellesi ancora e sempre buffa come madre badessa che invece del velo si ficca in testa le mutande del ganzo…
In conclusione l’amore come ultima chance per riconquistare un futuro da parte della gioventù di ieri e di oggi non è certo una metafora grossolana, però sembra che la grazia colta e pittorica del film non riesca a giustificare appieno gli scarti dal crudele al fantastico, dal grottesco al sensuale, dal vitalistico al cupo e a profondere come pure si proponeva bellezza, desiderio e passione nella messinscena.











