di Valerio Caprara
La Cenerentola firmata Branagh è un signor film, piacevolissimo e per ogni tipologia di pubblico. Interpretato da Cate Blanchett, Richard Madden, Lily James e Helena Bonham. La favola così com’è, senza inutili riletture o stravolgimento.
Anche chi è deciso a impugnare il kalashnikov della nostalgia cinefila dovrà ricredersi e ammettere che la “Cenerentola” versione 2015 firmata Kenneth Branagh è un signor film, magari non adatto ai cenacoli d’arte e d’essai, ma in compenso piacevolissimo (alleluja) per ogni tipologia di pubblico. Posto che della fiaba e del sessantacinquenne cult-movie d’animazione non solo sappiamo tutto, ma ci capita di ripassarli in eterno sotto metafora (persino “Cinquanta sfumature di grigio” vi ha attinto a piene mani con la cafonaggine che gli è propria), il polivalente cineasta irlandese ha scelto con la complicità dello sceneggiatore Chris Weitz la soluzione più semplice a portata di cinepresa: al posto delle riletture colte e stravolte, la sua “Cenerentola” esibisce un grande rispetto per Perrault (rimaneggiato dai Grimm) e Disney via via trasfigurandolo, però, in una sconfinata ma non ingenua dichiarazione d’amore per il cinema classico.
La messinscena live action non lesina, infatti, dal primo all’ultimo fotogramma gli ingredienti più luxury consentiti dall’importante budget e dalla tecnologia moderna (a cominciare dagli inserti in computergrafica), mentre gli attori in carne e ossa s’ispirano alle fisionomie, i caratteri e gli stili recitativi della tradizione innervata dal migliore humour britannico.
Ecco, così, la beneducata Ella (Lily James) già ferita dalla morte della mamma costretta a subire il ri-matrimonio del padre con Lady Tremaine (Cate Blanchett, una sorta di Stanwyck o Crawford rediviva), archetipo immortale di matrigna che per il buon peso si tira appresso le due figlie viziate Anastasia e Genoveffa titolari del record mondiale letterario di bruttezza & antipatia. Circonfuso dalla fotografia di Haris Zambarloukos (sottilmente allusiva del migliore Technicolor della nostra infanzia), sontuosamente arredato dalle scenografie di Dante Ferretti ed impreziosito dagli estrosi costumi vintage di Sandy Powell , il film punta forte e riscuote l’adeguata vincita sugli elementi primari, ovviamente smontabili per la gioia dei seguaci dei semiologi alla Propp, ma fruibili alla grande da qualsiasi spettatore che abbia conservato nel cuore e lo sguardo un po’ di spazio per il sogno e la fantasticheria.
Vedere per credere: il vestito di Cenerentola, la scarpetta di cristallo, il ballo a corte (tutti autorizzati a pensare a “Il Gattopardo”, ma fa più cineclub citare “Scarpette rosse”), l’inno costante ai veri superpoteri umani del coraggio e della gentilezza e, all’acme del piacere del testo, la fuga di mezzanotte dal Palazzo Reale con la zucca, l’oca, i topini e le lucertole che vanno riacquistando sempre più velocemente le prosaiche sembianze originarie.










Visto. Mastodontica, bellissima, teatrale come si conveniva, la Blanchett. Una garanzia.
Per gli appassionati della serie Game of Thrones (una sono io!) da segnalare due presenze importanti, il principe (nella serie è Rob Stark) e il consigliere di colore (nella serie è uno dei 13 della città di Quart).