di Valerio Caprara
Rivalità, rancori, alleanze strumentali e guerriglie grottesche: la vita di uno sciupaffemine nel film di Cristina Comencini con Francesco Scianna, Virna Lisi, Valeria Bruni Tedeschi, Marisa Paredes e Neri Marcorè.
Cristina Comencini è molto più portata alle tonalità della commedia agrodolce che a quelle drammatico-impegnate, come conferma “Latin lover” tratto da una sceneggiatura firmata in coppia con la figlia Giulia Calenda. Dopo alcuni titoli alquanto malriusciti, infatti, la regista e scrittrice prova a riesibire il coté sorridente e rilassato facendo ruotare una galassia di caratteri muliebri attorno al pianeta-uomo incarnato principalmente da un divo all’antica scomparso dieci anni orsono e sul punto d’essere celebrato dalla città natale San Vito dei Normanni (ancora la Puglia giustamente beneamata nel mondo, ma un po’ troppo da registi e sceneggiatori nostrani).
Nel segno della nota sensibilità alle condizioni e/o rivendicazioni “al femminile”, la primogenita dell’ottimo Luigi –peraltro svillaneggiato a suo tempo dallo stesso canone critico che oggi tratta lei con un occhio di riguardo- insiste sulle tematiche care alla propria biografia di buona borghesia romana, ma nel contempo si concede il lusso di riprodurre un compendio delle stagioni più fortunate di Cinelandia. Eccoci, dunque, alle prese con un film che tira un po’ la corda di questo doppio registro, scontando qualche intoppo (citazioni, ostentazioni, ironie blande) e giocandosi il piacere del pubblico con la raffica di singole performance attoriali estraibili dal quadro d’insieme.
A ciascuno il suo: l’istrionico simil-Mastroianni o simil-Gassman Saverio (Scianna), le due vedovi ufficiali (la compianta Virna Lisi e l’almodovariana Paredes) e quattro delle cinque figlie avute da cinque donne diverse, senza contare altri membri della famiglia superallargata che vanno dalle figliastre ai fidanzati segreti, dai giornalisti agli agiografi, dai nipotini alle controfigure.
Il prisma drammaturgico è così costituito dalle visioni che di questo mattatore mitizzato ma cialtrone, sciupafemmine ma amico, vanesio ma carismatico conservano o credono di conservare gli altri; anzi, soprattutto le altre perché le donne secondo CC sarebbero i soggetti più trascurati dall’imprinting tradizionale della società, eppure gli unici in grado di guardare agli avvenimenti della vita con sano pragmatismo e intelligenza non facilmente addomesticabile.
In quest’ottica non è per banale nostalgia o commozione da lutto recente che Virna Lisi sembra risaltare una spanna al di sopra delle compagne di cast, figurine dall’alterno rendimento accomunate, peraltro, da una misteriosa, peculiare vitalità votata a duellare con i traumi e gli intrecci del passato come gli uomini non vorrebbero e potrebbero mai fare…
Rivalità, rancori, alleanze strumentali e guerriglie grottesche: Monicelli ha già condotto queste danze con più sarcasmo e concisione, ma si può anche ipotizzare che “Latin lover” gli renda un omaggio non seriale.










