di Valerio Caprara
Margherita regista impegnatissima dalle riprese di un film mentre la madre, ricoverata in ospedale, sta spegnendosi a causa di una grave malattia. “Mia madre” è l’ultimo travaso autobiografico di Nanni Moretti, cominciato nel ’76 con “Io sono un autarchico”
Geneticamente immodificabile, il cinema di Moretti “è” Moretti, non può che coincidere con la persona. Non solo per il gusto, lo stile, gli interessi –prerogative naturali di quasi tutti gli artisti- ma per l’ingente travaso autobiografico che ha metodicamente messo in scena dal ’76 di “Io sono un autarchico” all’odierno “Mia madre”.
L’idea portante del soggetto e la sceneggiatura di quest’ultimo si basa, però, sull’affidamento del proprio personaggio a un alter ego femminile, la Margherita regista impegnatissima dalle riprese di un film mentre la madre, ricoverata in ospedale, sta spegnendosi a causa di una grave malattia. Le riprese sparse nelle variegate e suggestive location romane, album iconografico storicamente antecedente agli scoop sorrentiniani, riguardano un greve apologo operaista ben poco intonato alle sue corde; ma i comportamenti, i rovelli psicologici, ideologici e professionali e soprattutto le idiosincrasie della donna sono al 100 per cento copyright del sessantunenne regista, che si riserva invece il ruolo –mai così sobrio in carriera- del premuroso e più equilibrato fratello.
L’opzione narrativa del film appare esplicita e semplice: il repertorio narcisistico caro ai fan, soprattutto in terra di festival e premi, del cosiddetto morettismo viene blandamente preso di mira per interposta persona e la preoccupata trans-protagonista indotta a pronunciare un bel po’ delle note, sprezzanti, paradossali, autosarcastiche battute senza la rete di protezione abitualmente concessa al titolare del marchio. La dolorosa prova, purtroppo comune per i figli, della morte della madre (curiosamente, sia detto senza alcun intento specifico, Moretti ha tramandato poco o nulla dell’iter esistenziale toccato al padre, mentre non è la prima volta che chiama in causa la genitrice professoressa Apicella) è raccontata con mano ferma, tonalità a tratti ripetitive, buone recitazioni del trio Buy, Lazzarini e Moretti e accompagnamento musicale triste ma non troppo funereo.
Più che a causa dell’espediente suddetto, però, “Mia madre” cerca il sigillo d’autore lasciando praterie di pellicola all’invadente, travolgente, irrefrenabile performance di Turturro nella parte del divo americano ingaggiato da Margherita, metafora vivente non solo dello stress supplementare inflitto alla malcapitata, ma anche dell’astio, se non proprio odio, nutrito da Moretti per i ritmi, i riti e le manipolazioni di fiction richiesti dal proprio mestiere. Sinceramente angosciata, anche se non aliena dall’inevitabile compiacimento, Margherita/Nanni si affanna a dirci che il cinema non è la vita, anche perché l’attore hollywoodiano ne fornisce un esempio lampante, vaneggiando come un cinéfilo marcio in nome dei Santi protettori Wenders, Kubrick, Welles o il Fellini del “bevi più latte” di Peppino De Filippo.
Difficile capire una volta per tutte se il plateale quanto voluto contrasto tra la parte esilarante e gigionesca e quella commossa e commovente, con i ricordi del passato e gli incubi del presente che convergono nello sguardo chiarissimo e più indifeso del solito della Buy, arriva a fondersi in una compiuta armonia. Se, insomma, le confessioni del demiurgo (“mi chiedete di tutto, ma io non capisco niente”, “perché mai sul set mi date sempre retta”, “il regista è uno str… e questo film è una merda”) e i momenti forzati per risultare toccanti (la nipotina che arriva ad amare l’odiato latino per amore della nonna morente, Margherita che finisce stoicamente di girare dopo avere appreso la ferale notizia) riusciranno a sedimentarsi, a diventare universali e non limitarsi a rievocare, peraltro legittimamente, “quella” madre, l’amatissima professoressa Apicella.









