di Valerio Caprara
Una prestigiosa carriera contraddistinta da quel tipo di recitazione concentrata, corposa e ammaliante che ha bisogno di trascinanti epopee, storie più grandi della realtà, passioni incontenibili, confronti e connubi con partner motivati sino ai limiti della retorica melodrammatica. Uomo colto, mondano, garbatissimo e rubacuori.
Seduto nel tram moscovita lo sfiorito Jurij Zivago crede a un tratto di vederla… E forse è lei, proprio lei, la flessuosa e sensuale Lara che stropicciata in abiti da suddita sovietica sta camminando per la strada, ma la folla gli impedisce di scendere e il finestrino chiuso di chiamarla. Quando finalmente riesce a precipitarsi sul marciapiedi tentando di raggiungere l’amato fantasma, un devastante dolore gli esplode in petto e lo costringe prima a piegarsi e poi a stramazzare all’ombra di un tetro monumento comunista.
Certo l’evento non è stato altrettanto circonfuso di romanticismo funesto, però è singolare che Omar Sharif sia morto in un ospedale del Cairo a causa di un infarto proprio come succede nel kolossal di Lean a uno dei suoi alter ego sullo schermo. Ci stiamo, allora, rattristando per la scomparsa a ottantatré anni di un grande attore o di un’icona della classe, l’eleganza e la bellezza che solo il cinema sino a qualche tempo fa era in grado d’irradiare nell’immaginario collettivo?
Francamente importa poco usare il setaccio critico se possiamo, per fare un altro esempio, riaccendere nella memoria la comparsa tra i vapori canicolari del deserto della nera silhouette dello sceicco Alì che, smontato dal cammello, rivela al frastornato Lawrence d’Arabia lo sguardo saettante e l’esotico appeal del giovane attore emergente.
Nato ad Alessandria d’Egitto il 10 aprile del 1932 col vero nome di Michael Shalhoub da genitori d’origine libanese e di religione cattolica, diplomato al britannico Victoria College e laureato in matematica e fisica all’università della capitale, diventa Omar (El) Sharif nel corso degli anni Cinquanta come precoce divo di numerosi titoli popolari convertitosi all’islamismo per poter impalmare la prima moglie nonché collega Faten Hamama (da cui ha avuto l’unico figlio Tarek).
Uomo colto, mondano, garbatissimo e rubacuori, versatissimo per le lingue, viene scelto da Lean per un ruolo in partenza secondario di “Lawrence d’Arabia” (1962), tratto dall’autobiografia dell’ambiguo avventuriero “I sette pilastri della saggezza”, ma finisce col diventare l’unico del cast in grado di tenere testa al carisma del magnifico protagonista Peter O’Toole. E’ già chiaro che a Omar s’addice quel tipo di recitazione concentrata, corposa e ammaliante che ha bisogno di trascinanti epopee, storie più grandi della realtà, passioni incontenibili, confronti e connubi con partner motivati sino ai limiti della retorica melodrammatica: se qualcuno si accontenta di definirli “polpettoni”, è perché la cinefilia non è ancora sdoganata e lo specialismo non sa cogliere la fragranza emozionale e l’abilità compositiva profuse in “La caduta dell’impero romano” di Mann (’64), “Gengis Khan il conquistatore” di Levin (’65), “Il papavero è anche un fiore” (’66), “Il seme del tamarindo” (’74) di Young o “Ashanti” (’79) di Fleischer.
Certo la scommessa di “Il dottor Zivago” (’65) è più temeraria e gli incassi straripanti e un Golden Globe rendono diffidenti i recensori, intimiditi anche dal forte anticomunismo di cui è impregnata la ricerca dell’amore perduto trasposta dal romanzo di Pasternak. In realtà, a ripensarci oggi, i personaggi riflettono un’assoluta affinità con la psicologia del regista inglese, un misto di sensibilità e idealismo che curiosamente caratterizza anche la personalità del malinconico mattatore.
Trasferito dalle megaville hollywoodiane all’Europa, il cosmopolita Sharif non cerca una coerenza di genere né aspira a diventare un candidato alle passerelle dei festival d’autore e l’estemporaneità dei suoi ingaggi rispetta, piuttosto, la rilassatezza di un approccio alla professione calibrato su quello personale: nei duetti adorabili con Sofia Loren nel favolistico “C’era una volta…” di Rosi (’67), per esempio, o in quelli con la Streisand, con cui vive in surplus un’intensa quanto breve love story, in “Funny Girl” di Wyler (’68). Ufficiale tedesco in “La notte dei generali” o arciduca asburgico in “Mayerling”, clone di Guevara in “Che!”, capitano Nemo in “L’isola misteriosa” o aitante westerner in “L’oro dei McKenna” il magnetico divo passa di set in set, ma poi dilapida i cospicui guadagni nel gioco. Superbo maestro di bridge, infatti, entra nella lista dei top players internazionali (vivendo un’esperienza persino come componente del team azzurro), pubblica il suo primo esaustivo manuale e alterna al cinema un estenuante viavai tra aerei, alberghi, valigie e ristoranti catturato dall’inesausta febbre del vizio-passione.
La qualità delle sue apparizioni scema e scemano i titoli degni di nota, fino a quando ha l’occasione di ricordare agli spettatori, soprattutto giovani, della Mostra di Venezia del 2003 (dove riceve il Leone d’oro alla carriera) con quanta grazia sappia muoversi davanti alla cinepresa in “Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano” del francese Dupeyron. Nelle vesti di anziano droghiere musulmano, seguace del sufismo, che intreccia un affettuoso rapporto con un quindicenne ebreo a Parigi negli anni Sessanta, Sharif riesce a trasferire nell’affabile e un po’ banale apologo la sua antica e coraggiosa propensione alla tolleranza, a causa della quale era stato costretto a subire le minacce degli estremisti antesignani di Al-Qaida.
Molto felice è anche il suo incontro del 2005 con il nostro concittadino Lamberto Lambertini, che lo dirige con amorevole cura in “Fuoco su di me”, la rievocazione poetico-politica degli ultimi mesi del regno napoletano di Gioacchino Murat: nel ruolo dell’amato nonno, alle prese con la stesura di un significativo “Diario napoletano”, del giovane e ribelle protagonista Eugenio, l’anziano leone vi sfodera ancora una volta la naturale adattabilità alla cinepresa e la credibilità di un volto quasi scolpito nel tempo, segnato dall’eterno e ironico sorriso; appena segnato, magari, dall’amara consapevolezza di dovere un giorno non lontano rinunciare agli amori, le avventure, lo sfarzo e la ristrettezza, i successi e le sconfitte interpretati piacevolmente in cento titoli di cineteca e vissuti ancora meglio nei cento fiori della vita.












