Valerio Caprara

Valerio Caprara

Professore di Storia e critica del cinema all’Università degli studi di Napoli “L’Orientale” e dal 1979 critico cinematografico del quotidiano “Il Mattino”. Presidente della Campania Film Commission.

Lauren Bacal, la magia
della voce e dello sguardo

Mickey Rooney, Harold Ramis, Shirley Temple, Philip Seymour Hoffman, Eli Wallach, Alain Resnais, Bob Hoskins, David Legeno, Robin Williams. E gli italiani Arnoldo Foa, Giorgio Faletti, Giancarlo Mazzacurati. E per ultima Lauren Bacall.  Il cinema ha perso in questi primi sei mesi del 2014 tanti grandi protagonisti, ed alcune leggende. Una di queste è senza dubbio Lauren Bacal, una diva che ha fatto epoca. Valerio Caprara la ricorda così.

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 di Valerio Caprara

Nell’ideale cimitero, quasi una versione della celebre Spoon River letteraria, della triste Hollywood di quest’estate la lapide spettante a Lauren Bacall tramanderà una grande attrice o un’icona della sua età d’oro? Domanda irrispettosa, ma soprattutto inutile per chiunque sappia o senta come l’avatar della star travolga gli argini razionali e trasporti gli adepti in una zona autonoma dove la nostalgia si fonde con il talento, la bellezza con l’intensità, l’erotismo con l’eleganza, la suspense con lo spirito del tempo.

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Per Lauren Bacall, nome d’arte di Betty Joan Perske nata nel ’24 a New York da genitori ebrei provenienti dall’Europa e morta nella stessa metropoli quasi novantenne, la “magia” fu sin dall’inizio una questione di voce e di sguardo. La doppia coincidenza fortunata sta nel casuale incontro col cinema -l’autorevole Hawks la nota appena diciannovenne fotografata su “Harper’s Bazaar” e la scrittura- avvenuto in un momento cruciale della Fabbrica dei sogni: gli studios tengono sotto contratto i migliori sceneggiatori e registi, ai quali peraltro s’impegnano a fornire a getto continuo interpreti imbattibili sul piano del glamour.

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La ragazza, che ha macinato mestieri e provini prima d’emergere come modella, è certo bellissima per portamento altero, corporatura snella e capelli morbidamente ondulati alla maniera d’epoca (non a caso verrà presto soprannominata “The Look”); ma la sua presenza risulta dirompente quando nei fotogrammi di “Acque del sud” (’44) parla con tonalità roche e profonde o si rivolge agli altri personaggi sollevando da sotto in su gli occhi vividi e sfrontati. Il film, nonostante sia tratto da “Avere e non avere” di Hemingway, non è un capolavoro, ma la favola vera prevede che il partner sia il duro Bogart, il divo più divo di un’altra guerra mondiale -quella della settima arte- vinta dall’America. La battuta che la rende memorabile (da noi grazie anche al doppiaggio di Rosina Galli, in seguito il compito passerà a Clelia Bernacchi e una volta anche alla mitica Simoneschi) è da femme fatale al 100 per cento (“Se mi vuoi, fai un fischio. Sai fischiare, no? Unisci le labbra e soffia”), ma il primo a venirne colpito è proprio Humphrey col quale, nonostante sia di venticinque anni più vecchio, nascono un grande amore e un matrimonio che durerà sino alla precoce scomparsa di quest’ultimo nel ’57.

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Humphrey Bogart e Lauren Bacal

Stranamente la circostanza che potrebbe costituire un limite -l’essere identificata come “la moglie di Bogart”- intensifica il carisma negli altri tre film girati insieme: “Il grande sonno” (’46) ancora di Hawks, giallo tanto ipnotico quanto incomprensibile, “La fuga” (’47) di Daves, valorizzato da notevoli invenzioni di regia e “L’isola di corallo” (’49) di Huston, farraginoso congegno teatrale salvato dalla splendida aureola fotografica regalata ai coniugi dall’operatore Karl Freund.

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Nei cast senza Bogie, dal quale ha avuto i figli Stephen e Leslie e su cui già incombe l’ala nera della malattia, dimostra una crescita continua grazie alla spontanea sintonia con le figure di donne seducenti ma toste, spietate ma schiette, carrieriste ma sofisticate di titoli a lunga conservazione come “Le foglie d’oro” (’50), “La tela del ragno” (’55) o “La donna del destino” (’57). Con due exploit, entrati a fare parte del pantheon dei cinefili del lungo dopoguerra e dovuti al tocco deliziosamente brillante di Negulescu (“Come sposare un milionario”, ’53, accanto a Marilyn Monroe) e a quello strepitosamente melò di Sirk (“Come le foglie al vento”, ’56, accanto a Rock Hudson).

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Come ha sobriamente rievocato nelle sue due autobiografie -“Io, Lauren Bacall” (’74) e “Now” (’96)- dopo essere diventata vedova vive una breve e insoddisfacente relazione con il prepotente Sinatra (per lei troppo condizionato dalla sguaiata compagnia d’amici denominata non a caso “rat pack”, branco di ratti) e successivamente sposa nel ’61 un altro big della recitazione, Jason Robards, dal quale ha il terzo figlio Sam ma è costretta a separarsi otto anni più tardi a causa dei suoi gravi problemi d’alcolismo.
Intanto la carriera cinematografica non procede più, purtroppo, con lo slancio degli esordi, quando i critici e i cronisti la definivano un incrocio ben riuscito tra la Garbo, la Dietrich e la West: il cinema Usa si appresta a cambiare pelle in vista della rivoluzione culturale e professionale della seconda metà dei Sessanta e la sua disponibilità a lavorare per la televisione e il teatro segna periodicamente lunghe assenze dai set.

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Dalle tavole del palcoscenico sembra trovare addirittura nuova linfa, tanto da vincere il Tony Award, l’Oscar del teatro, con l’indimenticabile performance nel musical “Applause” (’70), remake del cult-movie del ’50 “Eva contro Eva”. Non è difficile, in ogni caso, apprezzarne la disinvoltura e la classe nei film che accompagnano la maturità da professionista posata e duttile e donna intellettualmente consapevole e combattiva (è stata una fervente attivista democratica): da “Assassinio sull’Orient Express” a “Il pistolero”; da “Health” a “Mr. North”; da “Misery non deve morire” a “Pret-à-porter”.

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A settantatré anni riceve la sua prima e unica nomination all’Oscar come migliore attrice non protagonista grazie a un perfetto ritratto di madre egocentrica e vanitosa in “L’amore ha due facce” (’96) della Streisand, sua grande ammiratrice come lei lo era stata del mostro sacro Bette Davis; mentre nel 2003 e 2005 viene scelta dal più provocatorio dei registi europei, il Lars von Trier dei controversi “Dogville” e “Manderlay”.

Le accademie, si sa, arrivano spesso in ritardo e nel 2009 l’Academy, appunto, insediata sotto il cielo della California le assegna un Oscar alla carriera nell’unica cerimonia della storia organizzata al di fuori di quella tradizionale. Persino la pachidermica corporazione dei votanti ha dovuto riconoscere quanta e quanto luminosa strada abbia percorso la (non solo) “moglie di Bogart”.

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