di Giuseppe Crimaldi
Apocalisse. Viviamo ormai i giorni di una nuova apocalisse. Lo aveva scritto e sostenuto la grande Oriana Fallaci nel suo “La rabbia e l’orgoglio”, che “il napoletano” ha saggiamente deciso di ripubblicare proprio in questi giorni. Parole profetiche. Farebbe bene a ognuno di noi tenerlo sul comodino, quello scritto, e magari ripassarlo ogni sera. Mai come in questo momento.
Mai come oggi, mentre uno stupefatto Occidente torna a sentire il brivido freddo di quell’11 settembre 2001 e – nonostante tutto – rimane sprofondato nel suo imbelle torpore impastato a meraviglia, inorridimento, esecrazione e condanna. Sono bastate le immagini del tagliagole di turno che fa scorrere il sangue di un uomo – un giornalista – colpevole solo di essere nato negli Stati Uniti per “risvegliare” le coscienze. Possibile? Eppure le immagini dei massacri irakeni, siriani, libici, afghani, pakistani; le torture inflitte ai siriani di religione cristiana che prima di essere crocifissi a Raqqah venivano “mondati” col piscio nel loro ultimo oltraggio corporale; oppure le chiese copte date alle fiamme dai fratelli musulmani in Egitto; le ragazzine nigeriane rapite e portate nei “campi di correzione religiosa” di Boko Haram, e molto prima ancora l’orrore della macellazione di David Perlman in Iraq. Tutto questo era già andato in onda.
Allora cominci a chiederti dove fossero prima e dove siano oggi le anime belle – i “pacifinti” di sempre pronti a tirar fuori dagli armadi le kefiah d’ordinanza; e perché non si sia mai levato un grido di rabbia e di sdegno dal mondo “progressista”, da certa sinistra militante dura e pura, dal sindacato o dal femminismo militante, di fronte alle lapidazioni delle adultere condannate dalla sharia, all’impiccagione degli omosessuali, alle esecuzioni di massa degli yazidi, al massacro dei bambini siriani, o anche solo davanti alla mortificazione del ruolo delle donne yemenite, algerine, saudite, iraniane, costrette al tabarro del burqa.
Sembra quasi di essere tornati ai tempi torbidi nei quali fantastici cialtroni e grandi paraculi travestiti da ideologi (leggi: cattivi maestri) – combattevano le lotte di popolo inforcando gli occhiali dell’odio e del disprezzo. Ed è ovvio che quando c’è da instillare questi veleni, puntualmente si fa il nome di Israele: colpevole sempre, per definizione e “a prescindere”.
Ho vissuto a lungo a Tel Aviv nei tempi della prima Intifada e ho conosciuto sicuramente più israeliani pronti già allora a firmare una pace stabile e duratura (pace in cambio dei territori e delle colonie) che non italiani ed europei disponibili al buonsenso, ad accettare un principio semplice semplice e una verità storica inoppugnabile: quella per cui il governo di Gerusalemme non ha mai attaccato uno degli stati arabi confinanti e mai per primo ha dato inizio ad un conflitto armato. Mai.
Invece no. Così persino quando oggi Israele osa difendersi dai missili di Hamas, si trasforma nel colpevole già condannato: colpevole in quanto Israele. Le folle che nelle scorse settimane hanno manifestato, in Europa come negli Usa, inneggiando ai palestinesi non sono in fondo la più sinistra e cupa espressione di un antico rigurgito, quello contro gli ebrei, e che oggi si contrabbanda per antisionismo? Dicevamo di Hamas e delle sue immense responsabilità morali. Hamas è il vero carnefice del suo sventurato popolo. I suoi capi – a cominciare da Khaled Meshal – se ne stanno al sicuro nel loro esilio dorato in Qatar, complici gli emiri, sì proprio loro, quelli del petrolio. D’altronde si sa: è sempre stato facile fare la guerra con il culo degli altri.
A proposito di Oriana. Sono sicuro che se fosse ancora viva avrebbe graffiato ancora. E ci avrebbe dato dentro di penna contro il solito buonismo imperante in Italia: lo stesso tornato in circolazione per colpa di due ragazze partite alla volta di Aleppo per fare le “volontarie”, e non si capisce ancora bene di cosa e in favore di chi. Partire per una destinazione come quella mediorientale, oggi, significa accettare di fare un salto nel buio. Ong (organizzazione non governativa) o non ong, poco importa: chi lo fa sa di mettere a rischio la propria vita. Alla fine le due italiane sono finite nelle mani di una delle tante bande criminali siriane; e adesso l’imbecillità di due ragazzine infatuate dall’irresistibile richiamo dei mullah ci costerà il solito carissimo prezzo di un riscatto a molti, sicuramente troppi zeri. Strano paese, il nostro. In Italia se ti sequestrano un familiare arriva il giudice che congela i conti in banca impedendo ogni “trattativa” con i sequestratori, con tutti i rischi che ne conseguono per la vita del proprio caro. Però se a rapirti sono i beduini, allora la musica cambia. Il solito, inaccettabile, vergognoso doppiopesismo alla pummarola. Non è vero, Oriana?











