di Valerio Caprara
Dalla Mostra di Venezia conclusasi da pochi giorni, peschiamo nella sezione Orizzonti “Senza nessuna pietà” per la regia di Michele Alhaique con Pietro Favino, Geta Scarano, Ninetto Davoli, Adriano Giannini e Claudio Gioè. un segno di personalità per nulla scontato.
“Senza nessuna pietà”, passato pochi giorni orsono alla Mostra di Venezia nella sezione Orizzonti, segna l’esordio registico di un giovane attore, Michele Alhaique, che si era già distinto come autore fuori standard di corti: considerato il contesto, assoggettato con le buone o con le cattive ai commi del cosiddetto film da festival, un segno di personalità per nulla scontato. Proprio nell’anno in cui il concorso ha presentato, per la verità ricavandone scarsa gloria, il confuso “Pasolini” del confusissimo Ferrara, lo script firmato dallo stesso Alhaique con Andrea Garello ed Emanuele Scaringi, aggiorna ai tempi nostri ceti, location, volti e gesta di una Roma che, sia pure con molti distinguo, si potrebbe definire pasoliniana.
Il perno di una cupa discesa agli inferi è, infatti, incarnato dal clan criminale capeggiato dal padre padrone palazzinaro (Davoli) e composto, tra gli altri, dal figlio Manuel (Giannini) e il nipote Mimmo (Favino): l’incipit e tutta la prima parte risultano di sorprendente efficacia proprio per come gli attori si accordano alle rispettive identità di finzione con una buona profondità psicologica prim’ancora che cronachistica o sociologica.
In particolare Favino, ingrassato e imbolsito per esigenze di copione sino a farlo assomigliare a un personaggio buono, erculeo e stolido alla “Morgante” dell’omonimo poema del Pulci o agli “Uomini e topi” di Steinbeck, si conferma come un’eccellenza della generazione italiana di mezzo, interprete duttile e non manicheo nelle scelte, virtuosistico quanto basta per sorreggere un impegnativo protagonismo senza danneggiare al contempo la compattezza drammaturgica dell’insieme.
Mentre Manuel è un odioso debosciato, Mimmo esegue con riluttanza il compito di crudele esattore, ma i confini della sua dedizione sono travolti quando è occasionalmente costretto a prelevare una ninfetta di Latina (Scarano), destinata al “mestiere“, per consegnarla alle brutali attenzioni preliminari del cugino. Seguiranno gli inesorabili rendiconti…
Peccato che a partire da questa svolta in direzione di un implausibile riscatto, per la verità già un po’ troppo prevedibile, “Senza nessuna pietà” perda brillantezza, si faccia didascalico (le colf latinoamericane di Ostia viste un po’ come suore del Buon Soccorso) e s’estenui in un’insistita ricerca degli effetti dialogici, musicali, fotografici: mentre i personaggi resistono in qualche modo alla ridondanza del fatalismo noir e al tourbillon di riprese eleganti, il cuore del film è destinato a patire reiterate aritmie che abbassano il quoziente qualitativo finale.
Ovviamente la saturazione melò dovrebbe, invece, funzionare sul piano del pubblico e degli incassi e la carriera dell’esordiente ne potrebbe trarre il conseguente vantaggio: giusto così perché la disinvoltura con cui affronta la sfida, la capacità di non trascurare i dettagli e l’ardita vocazione a duellare con tipologie alquanto ingombranti lo distaccano nettamente dalla pattuglia dei professionisti dell’ombelico che infestano Cinecittà e dintorni.











