Sotto il vestito, una graffe…

di Paolo Ariete

Ma quanto ci sta cambiando la crisi, questa maledetta crisi che si è rubata la speranza e il futuro? Molto, tanto. Vogliamo analizzare un aspetto, piccolo ma significativo dell’effetto che ha avuto su Napoli, sul territorio.

Secondo l’ultima analisi del Cribis (la società del Gruppo Crif leader in Italia nella fornitura di informazioni economiche, credit scoring e soluzioni per le decisioni di business) emerge che le imprese commerciali della moda sono per il 97,67 per cento di dimensione micro; le piccole sono il 2,15 per cento e le medio-grandi solo dello 0,18 per cento. Il maggior numero di esercizi si concentra in Campania (con il 13,32 per cento del totale), seguita da Lombardia (11,77 per cento ) e Lazio (11,19).

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Ma sono dati in continua evoluzione, la crisi ha stravolto tutto. Per ogni negozio che apre, ad esempio, ne chiudono tre, e questo la dice lunga. Secondo i dati forniti dal Fashion & High Street Report di Federazione Moda Italia in Campania il settore abbigliamento ha fatto registrare un secco 10 per cento in meno rispetto al 2013 altro anno di grande sofferenza, che fa di Napoli la maglia nera del trend negativo nazionale. Nello specifico segno meno  per calzature (-0,5 per cento), articoli sportivi (-2 ) e abbigliamento (-4,22. Molto in sofferenza le spese per pellicce (-10,8 ) e pelletterie/valigerie (-13 ).

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Per il Presidente di Federazione Moda Italia e Vice Presidente di Confcommercio, Renato Borghi: “Il bilancio di questo I semestre per i negozi di moda è desolante anche perché’, con un calo mediamente del 3 per cento, con punte altissime come in Campania e Calabria.  Non si riesce ad invertire la tendenza che vede il segno meno davanti alle cifre dei nostri fatturati a dir poco da tre anni. Il mercato interno – almeno nel nostro settore – non riesce a generare valore e neppure è valsa l’iniezione degli 80 euro al mese ad oltre 10 milioni di italiani, il cui reddito viene assorbito per il 41 per cento dalla spese obbligate”.

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Shopping di turiste cinesi

E sarebbe stata ancora più emergenza se non ci fosse stato un vero exploit dello “shopping giallo”: i cinesi con un più di 18 per cento l’hanno fatta da padroni nei negozi e nelle boutique compensando il calo del 13 per cento delle spese dei turisti russi che rimangono comunque al primo posto per lo shopping straniero nel nostro paese. Lo shopping straniero in Italia continu a parlare, nonostante tutto, ancora principalmente russo (29 per cento) seguito dai cinesi (22).

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Una grafferia del centro

Ma se chiudono i negozi di abbigliamento a Napoli  negli ultimi 12 mesi, il numero di bar è quadruplicato. Secondo i dati di Confazienda Napoli, a fronte del 35 per cento delle imprese commerciali che hanno chiuso i battenti, altri 600 negozi sono stati aperti e sono soprattutto grafferie (140), paninoteche (300), kebaberie (80), patatinerie (50) e yogurterie (30). “La crisi sta falciando settori tradizionali, come l’abbigliamento – spiega Nicola Gentile, segretario provinciale di Confazienda – ma vi è una crescita nel settore alimentare”.

 

 

 

 

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