di Valerio Caprara
“Walesa. L’uomo della speranza”. Questa settimana ci occuperemo di un film biografico diretto da Andrzej Wajda ed interpretato da Robert Wieckievicz, Agnieszka Grochowska, Maria Rosaria Omaggio e Iwona Bielska. L’entusiasmante, straordinaria storia di Solidarnosc.
In genere diffidiamo dei film biografici sui personaggi politici perché troppo spesso debordano nella retorica edificante e propagandistica. E’ il caso, invece, di riconoscere che “Walesa. L’uomo della speranza” si svincola dall’usuale metodo della lezioncina a tesi riuscendo ad abbinare efficacemente il focus sul protagonista a un compendio di circa vent’anni di storia polacca ed europea.
Sorprende sino a un certo punto che a firmarlo sia un signore nato nel 1926 e titolare di un interminabile elenco di film per il grande e piccolo schermo, opere teatrali, libri, lauree honoris causa e massimi premi del settore: Andrzej Wajda, ancora una volta supportato dall’affiatato sceneggiatore Glowacki, appartiene evidentemente a quel ristretto club di cineasti che migliorano, anziché peggiorare nell’impietoso decorso dell’età. Testimone diretto dei drammatici eventi attraverso cui la Polonia arrivò a liberarsi dal giogo del regime asservito all’Urss, Wajda ha già diretto gli affini “L’uomo di marmo” e “L’uomo di ferro” ed è stato e resta amico dell’ex operaio elettricista dei cantieri navali di Danzica insignito del Nobel per la pace ed eletto primo presidente della patria liberata; circostanze che non si tramutano, peraltro, in un handicap perché la scansione stilistica è aggiornata e incalzante –a cominciare dalla colonna sonora, in cui c’è spazio persino per il rock- e le complessità di carattere dell’eroe eponimo non sono occultate in senso agiografico.
S’inizia con lo show del sanguigno leader di Solidarnosc, interpretato con un mimetismo che non deborda in imitazione macchiettistica da Wieckiewicz, intervistato nel 1981 (come avvenne nella realtà) da una febbrile Oriana Fallaci altrettanto perfettamente rievocata nel fisico, la voce e il gesto dalla poliedrica e sottovalutata Omaggio. La duellante conversazione, ambientata nell’appartamentino di un cupo condominio da cortina di ferro, diventa il perno di un andirivieni nel tempo che ricostruisce come l’oscuro oppositore, grazie al sostegno della moglie Danuta e il carisma esercitato sulle masse, sia riuscito a fronteggiare e abbattere senza ricorrere a bagni di sangue l’apparato comunista, i suoi organi di repressione e i cannoni puntati dell’“alleato” Breznev. L’abilità della messinscena fa sì, soprattutto, che procedano di pari passo l’evoluzione fisica e mentale di Walesa segnata ma non domata dalle persecuzioni e la conseguente, pragmatica progressione del suo rapporto con i familiari, i militanti, le autorità e i poliziotti: se a volte sembra che l’ordito narrativo citi avaramente parti in causa decisive come papa Wojtyla, Gorbacev, il generale Jaruzelski o i protagonisti della caduta del Muro, il quadro finale è reso particolarmente eloquente dal senso di pathos profuso proprio da questo tutt’altro che scontato equilibrio drammaturgico.









