di Valerio Caprara
Sono passati dieci anni dalla morte di Marlon Brando unanimemente considerato una delle maggiori stelle di Hollywood ed uno degli attori più carismatici della storia del cinema. Vincitore di due premi Oscar (Il padrino) e (Fronte del porto) e sei Golden Globe.
Non sono stati certo i primi, gli indignados nostrani contro “Gomorra-La Serie”. Quando il giovane Coppola realizzò “Il padrino”, per esempio, si scatenò negli Usa una campagna per boicottare il film accusato di denigrare gli italoamericani ritraendoli tutti come mafiosi. Sappiamo com’è andata a finire e sappiamo anche come, al di là dei meriti imperniati sulla forza drammatica e la fertile ambiguità che presiedono alla ricostruzione di un’epoca, una morale del crimine e la sua struttura patriarcale, l’indiscusso cult-movie tramandi la monumentale figura del protagonista, il divo più divino della storia del cinema.
A dieci anni dalla morte il fulcro di ogni omaggio, ogni rievocazione, ogni inchiesta a, di, su Marlon Brando resta una questione, per così dire, di luce: radiosa se percepita dal versante dell’immaginario collettivo, venata d’inquietanti chiaroscuri se guardata da quello della biografia e la psicologia della persona. Seppure incalzata dall’ombra di un’insanabile decadenza, Hollywood può tentare di suggerire senza onta i nomi dei plausibili eredi: archiviate le glorie dei McQueen, De Niro, Nicholson e Pacino, tra i giovani si potrebbe pensare a Johnny Depp –amato discepolo e cointerprete di “Don Juan De Marco” e “Il coraggioso”-, Leonardo DiCaprio anch’esso rifiutato dall’establishment o i ruvidi e tenebrosi Sean Penn e Joaquin Phoenix.
Degni paragoni che, però, decadono non tanto per motivi, in qualche modo astratti o fiscali, di qualità, ma a causa dello spazio, il tempo e il suono… Vale a dire di quelle “particelle elementari” della rappresentazione che Brando sottrasse all’egemonia del teatro e attribuì anche al cinema dividendolo in un prima e un dopo di lui.
Emozioni dal vivo, insomma, anche quando si sprigionano dal meccanico srotolarsi di una pellicola a cominciare, com’è ormai leggenda, dalla canottiera bianca incollata dal sudore al torace del sexy e volgare Kovalsky in “Un tram che si chiama desiderio” di Williams trasposto nel ‘51 da Kazan sullo schermo.
L’hanno raccontato in molti, il suo calvario dai riflessi pubblici e privati: un padre libertino che odia e una madre alcolizzata, l’adolescenza satura di desideri di rivalsa e vendetta, la diabolica capacità di disporre del prossimo, le donne che non possono e vogliono mai resistergli, i canoni dell’Actor’s Studio che si rimodellano sulla sua personalità inimitabile.
L’aspetto più impressionante della mitografia brandiana sta proprio in questo: una vita disseminata di scandali (una cameriera che rivendica tre figli naturali, la condizione di pensionato che però possiede un’isola in Polinesia) e lutti (il suicidio della figlia, un altro figlio omicida), eccessi e sregolatezze, rabbiose prese di posizione liberal –culminanti nel rifiuto dell’Oscar per protesta contro il genocidio dei nativi americani- e ascese miliardarie nel mercato del box-office non ha mai inquinato o moderato la fisicità che eccita i sensi dello spettatore e annienta le sue difese –femminili come maschili- e prorompe senza soluzioni di continuità dal “Selvaggio” a cavalcioni sulla Triumph e lo scaricatore dal giubbotto a quadri di “Fronte del porto”, dall’ambiguo alfiere della revoluciòn di “Viva Zapata!” e l’aulica maestosità di “Giulio Cesare”, dal morituro militare hitleriano di “I giovani leoni” e il tragico avventuriero di “Gli ammutinati del Bounty”, dal goffo e autoironico diplomatico di “La contessa di Hong Kong” e l’amerikano cattivo voluto da Pontecorvo nel sessantottesco “Queimada”.
Sino al trittico che gli fa vincere l’Oscar con “Il padrino”, ma avrebbe dovuto farglielo stravincere per le meravigliose incarnazioni di “Ultimo tango a Parigi” e “Apocalypse Now”. Quando s’accoppia famelico e senza parole con Maria Schneider in un appartamento disabitato di Parigi o quando emerge col cranio rasato e il corpaccione obeso dall’oscurità della giungla per invitare il giustiziere al cruento ma inevitabile rito di Successione, la sua imbronciata e feroce bellezza assume un pathos cristologico e rende i suoi sguardi ancora più teneri, ancora più disperati. Forse il tramonto dell’Occidente come l’hanno ideato e vissuto le ultime generazioni, sicuramente l’alba dell’ex arte chiave del Novecento che nonostante tutto vuole continuare a sorgere.












