Valerio Caprara

Valerio Caprara

Professore di Storia e critica del cinema all’Università degli studi di Napoli “L’Orientale” e dal 1979 critico cinematografico del quotidiano “Il Mattino”. Presidente della Campania Film Commission.

L’ultimo attimo fuggente

E così anche sir Richard Attenborough se n’è andato. Attore e regista, un grande del cinema inglese ed internazionale. Il suo Gandhi ebbe ben otto Oscar e due andarono direttamente a lui. Si allunga mestamente la lista di grandi divi e attori che quest’anno ci hanno lasciato. Proviamo a ricordarne alcuni. Mickey Rooney, Harold Ramis, Shirley Temple, Philip Seymour Hoffman, Eli Wallach, Alain Resnais, Bob Hoskins, David Legeno, Lauren Bacall, Robin Williams.  E proprio su Robin Williams, attore cinematografico, comico, attore televisivo, cantante, doppiatore e sceneggiatore vogliamo questa settimana accendere i riflettori.  Valerio Caprara la ricorda così.

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di Valerio Caprara

 “L’attimo fuggente” è durato per lui sessantatré anni. Robin McLaurin Williams, che ha stupito per l’ultima volta il popolo dei fan e il mondo del cinema spirando prematuramente in circostanze oscure ed allarmanti, è rimasto sempre fedele al motto che il suo personaggio più famoso insegnava agli studenti. “Carpe diem”: qualche mese dopo Seymour Hoffman, in effetti, un altro big della Mecca dei sogni ha dimostrato a proprie spese come una carriera travolgente e un identikit turbolento siano stati sospinti da un fuoco segreto d’autodistruzione, un’implacabile urgenza più esistenziale che professionale.

Non sarà più la Babilonia della mitica età d’oro, ma Hollywood con questo ennesimo (probabile) suicidio eccellente conferma, in fondo, di non essere diventata -come sostengono i parvenu della critica- un centro asettico e computerizzato di produzione di fiction, bensì di essere rimasta un’industria la cui competitività globale richiede ancora un tributo di lacrime e sangue non proprio metaforico.
Un pagliaccio, un genio, un professore, un sognatore, forse un perenne “travestito”.

Mork della serie Mork& Mindy

Mork della serie Mork& Mindy

 

Le multiformi identità di Williams discendono tutte, non a caso, dalla figura di un alieno, il Mork della serie “Mork& Mindy” che dal ’78 all’82 rendono gradito il suo aspetto e il suo modo di recitare a milioni di telespettatori. Grazie anche ai primi dei numerosi Golden Globe vinti dall’attore, il trasformismo mimico di uno dei tanti e dotati cabarettisti, intrattenitori, imitatori dello show biz funziona da trampolino di lancio per l’assunzione nell’empireo del cinema americano che nel passaggio dai rivoluzionari Sessanta e Settanta agli iperspettacolari e adrenalinici anni Ottanta e Novanta sta riacquistando l’antico ruolo dominante.

Robin Williams, Popeye

Robin Williams, Popeye

Corpo, voce e volto (Williams sarà anche un buon cantante e soprattutto un ottimo doppiatore, tanto da vincere in questa veste nel 2005 il premio Cecil B. De Mille): è Altman, in effetti, a farglieli usare in un mix irresistibile per le esigenze fumettistiche di “Popeye – Braccio di ferro” nell’80. Così l’uomo di gomma diventa indispensabile per i registi post-impegnati, bravi ma votati a un gusto un po’ facile e retorico, i Roy Hill, Mazursky, Levinson che lo preparano a piccole e diversamente convincenti tappe (dall’ammiccante “Mosca a New York” all’aggressivo e liberal “Good Morning, Vietnam”) al suo karma divistico.

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Proprio nell’89, anno cruciale per il mondo intero, esce infatti “L’attimo fuggente” di Weir in cui Williams non interpreta, ma praticamente “è” il docente-amico (paternalistico?) Keating che nutre gli allievi con il proprio indiavolato anticonformismo, li aizza a credere nella poesia più che nella politica, li prepara a una vita adulta in cui non dovranno più essere schiavi del tradizionale utilitarismo yankee. Siamo allo snodo, però, dove la nostra ammirazione lascia spazio a una sorta di sazietà, all’impressione di un “overacting” minato dall’istrionismo che agli occhi di molti -cinefili e non- diventa un marchio di fabbrica limitativo.

imagesCA7U83EJLa lista dei titoli interpretati successivamente è notoriamente interminabile, ma l’eco di quei versi focosamente declamati in piedi sulla cattedra (“Oh Capitano, mio Capitano”, per noi italiani fortunatamente valorizzati dal doppiaggio di Carlo Valli) in un certo senso perseguitano dei personaggi che tengono testa a partner del calibro di De Niro, Hoffman, Bridges, ma non riescono spesso a supportare certe leziosità pedagogiche e certe tirate populistiche di titoli, anche di peso, come “La leggenda del Re Pescatore” (nomination all’Oscar), “Hook”, “Mrs. Doubtfire”, “Jumanji”, “Patch Adams”. Con l’eccezione dell’ennesimo prof, stavolta strizzacervelli, di “Will Hunting genio ribelle” (Oscar nel ’97) che costituisce l’ultimo appiglio indiscutibile di un lento scivolare verso la routine virtuosistica di commediole dimenticabili e di cammei “alla”, appunto, “Robin Williams”. È come se il suo prediletto attimo fuggente si sia istituzionalizzato, marmorizzato nella schiera dei burattini bravi e belli di un sociologismo di maniera, minato dal poeticismo strabordante capace di mettere il piombo nelle ali dello slancio da gag-man incontenibile.

imagesCAH1ZDBX“La leggenda del Re Pescatore”, in particolare, sottolinea l’affinità tra la personalità (almeno quella pubblica) dell’attore e quella del grande Terry Gilliam: dando vita con una forza drammaturgica straripante al personaggio, guarda caso, dell’ex professore divenuto un barbone a causa dello shock subito dopo l’assassinio della moglie sotto i suoi occhi, il generoso Robin aderisce totalmente, sino a sfiorare la gigioneria, allo spirito irriverente del regista ex Monty Python, uno spirito che intende opporsi alla deriva dell’edonismo cosiddetto reaganiano ritornando alla nobiltà sia pure velleitaria del ciclo arturiano e la ricerca del Santo Graal.

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Significherà forse qualcosa, alla luce dell’attuale, nefasto epilogo, che un altro ruolo significativo, quello del “Jack” dell’omonimo film di Coppola (’96), riguardi un uomo affetto dalla rarissima funzione genetica di un invecchiamento mostruosamente rapido: il poveretto, che a dieci anni ne dimostra quaranta, non riesce a scolpire una metafora filosofica all’altezza delle ambizioni di sceneggiatura, ma l’attore sembra finalmente vincente in termini di autentico pathos sull’ansia che corrode in segreto le movenze esasperate e le smorfie ammiccanti del mestierante d’alto livello e alto budget.
Non è assurdo, quindi, che i cultori, per così dire, con riserva siano tanto maliziosi da esaltarlo solo quando ha abbandonato la corsia preferenziale per immedesimarsi nel buio della mente dei protagonisti di “Insomnia” di Nolan e “One Hour Photo” di Romanek (2002), alcuni dei malvagi più malvagi dell’ultimo decennio.

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