Valerio Caprara

Valerio Caprara

Professore di Storia e critica del cinema all’Università degli studi di Napoli “L’Orientale” e dal 1979 critico cinematografico del quotidiano “Il Mattino”. Presidente della Campania Film Commission.

Scola, ci siamo tanto amati

di Valerio Caprara

Sino al 12 ottobre iniziative e manifestazioni con testi, filmati, cimeli, fotografie, carteggi, spezzoni di film e cinegiornali, interviste e programmi radiofonici che approfondiscono il ritratto di uno dei più grandi protagonisti del nostro cinema

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Ettore Scola

Paolo Turco interpreta Fortunato, giovane di Trevico in provincia d’Avellino che arriva a Torino per lavorare alla Fiat. Dalla maestosa e fredda stazione di Porta Nuova si sposterà alla mensa dei poveri e conoscerà il dormitorio pubblico; riceverà da un prete le prime nozioni sulla condizione d’immigrato meridionale in una metropoli e da un sindacalista comunista quelle sull’unica militanza che può tramutare in coscienza di classe il suo spaesamento e la sua rabbia. Queste esperienze, unite all’amicizia stretta con una ragazza che preferisce i gruppuscoli extraparlamentari, sono trascritte dal protagonista nelle lettere ai familiari rimasti nel profondo Sud ai quali, peraltro, allega anche parte dei primi guadagni.

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Uscito nel 1973, girato in 16mm e realizzato con una troupe della casa di produzione dell’allora Pci Unitelefilm, “Trevico-Torino – Viaggio nel Fiat-Nam” non riscosse approvazioni unanimi (per alcuni era troppo schierato e polemico, per altri troppo revisionista e conciliante), ma, al di là, delle tipiche diatribe dell’epoca, conferì sfaccettature intense e sfumature emblematiche al profilo del versatile sceneggiatore e regista Ettore Scola.

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Toni Servillo

E’ diventata così –nel riverbero della controversa esegesi di un peculiare esperimento di “cinema militante”- un’occasione privilegiata la lettura da parte di Toni Servillo di brani scelti della sceneggiatura (scritta allocutore insieme a Diego Novelli) che si è svolta nel suggestivo scenario dell’Abbazia del Goleto di Sant’Angelo dei Lombardi la prima mostra monografica dedicata a uno dei nostri cineasti più titolati.
“Piacere, Ettore Scola” (21 settembre/12 ottobre), curata da Marco Dionisi e Nevio De Pascalis, realizzata da Cultitaly e organizzata in collaborazione con la famiglia Scola, lo studio E.L. di Cinecittà, l’Istituto Luce e varie altre sigle di competenza, in effetti, non solo propone all’attenzione di un vasto arco di possibili fruitori testi, filmati, cimeli, fotografie, carteggi, spezzoni di film e cinegiornali, interviste e programmi radiofonici che approfondiscono il ritratto di uno dei protagonisti delle stagioni cruciali delle stagioni post-neorealistiche, ma s’inserisce appropriatamente nelle iniziative e gli eventi strategicamente disseminati nel territorio (dalla sunnominata Abbazia del Goleto a Bagnoli Irpino, da Nusco al centro antico e il Carcere Borbonico di Avellino) e legati al cinema, alla fotografia e alle arti visive del progetto “Irpinia: un sistema fra cultura e memoria” finanziato dalla Regione Campania e ancora diretto da Maria Savarese con la consulenza di Andres Neumann dopo i notevoli riscontri ottenuti dall’edizione pilota.

292208-640x480Su Ettore Scola, per la verità, sembrerebbe di sapere già tutto grazie alla lunga e intensa carriera, nel corso della quale ha firmato film importanti vuoi sul piano del successo commerciale vuoi su quello del favore critico, ha stimolato a dare il meglio di se stessi i migliori attori disponibili (da Gassman a Manfredi, dalla Vitti a Tognazzi, da Mastroianni a Troisi) e ha raccolto un numero impressionante di riconoscimenti che spaziano dai David di Donatello alle nomination agli Oscar e ai premi assegnati da festival internazionali come quelli di Berlino, Cannes e Mosca.

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E’ indicativo, però, della modernità dello sguardo dei curatori che uno degli assi portanti della tutt’altro che accademica mostra sia collocato nell’ambito del disegno, una grande passione coltivata sin dalla giovanile collaborazione al settimanale umoristico “Marc’Aurelio” e restata costante lungo tutta la vita –come ha appena ribadito “Che strano chiamarsi Federico”, l’ultima docu-fiction dedicata all’amico e collega Fellini-, ma soprattutto integrata con ingegnose modalità sceniche nella tessitura dei personaggi e nell’architettura delle commedie.

Non si capisce perché, allora, certe ricognizioni nella sua filmografia tentino di liberarla dall’infamante (?) etichetta di autore brillante e sarcastico; quando, invece, si tratta di un canone sulla cui saldezza Scola ha via via impiantato i progressivi scarti di registro linguistico. L’elemento, insomma, che secondo noi definisce al meglio il suo tratto più dolente e malinconico, incentrato sul “come eravamo” o meglio sul “come siamo” e “come avremmo voluto essere”, contrariamente a quanto si sostiene spesso, non dà eccessivo spazio né ai buoni sentimenti né alle magnifiche sorti e progressive del conclamato schierarsi a sinistra. La giusta dose di cattiveria addirittura dilaga, per esempio, nel tuttotondo del repulsivo Gassman di “C’eravamo tanto amati”: nello sconsolato panorama di reciproci tradimenti che sancisce il cosiddetto e vituperato riflusso degli anni Settanta, il ruolo di quel voltagabbana arrivista appare invero modesto e, comunque, meno patetico di quelli, queruli e piagnoni, affibbiati ai reduci irriducibili di un’ipotetica età d’oro dell’ideologia.

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