di Lidio Aramu
Un cumulo di rovine accanto alle quali svetta un gruppo di palme da dattero provenienti dall’oasi di Zuara (Tripolitania). Questo è quanto resta del Padiglione della Libia costruito, su progetto dell’architetto Florestano di Fausto, nel 1939.
A guardar bene non è il solo a trovarsi in una intollerabile condizione di degrado. Gli fanno triste compagnia quelli che furono gli edifici della Mostra delle Isole Italiane dell’Egeo (Rodi ed il Dodecanneso), della Mostra della Civiltà Cristiana in Africa, della Mostra dell’Albania nella Civiltà del Mediterraneo. Sul lato frontistante del Viale delle Palme il Cubo d’Oro, unica struttura supersite, restaurata ma senza alcuna destinazione d’uso, delle otto originarie in cui si articolavano le Mostre dell’Africa Orientale Italiana.
L’insieme di queste rassegne, integrato dal laghetto con il Bagno del Fasilides di Gondar, dalla chiesa copta e dai villaggi abissini costruiti sulle rive dell’invaso artificiale, costituiva il comparto geografico dell’Esposizione Triennale delle Terre Italiane d’Oltremare. Le mostre rappresentavano al grande pubblico le iniziative concluse o in itinere, poste in essere per il progresso socio-economico di quelle terre. In ogni singolo padiglione si potevano così osservare le caratteristiche pedologiche, orografiche, antropologiche, archeologiche, e le peculiarità agricole, zootecniche e minerarie dell’Abissinia, Somalia, Eritrea, Libia, Albania e del Dodecanneso. Nell’organizzazione funzionale ogni padiglione si presentava quindi come uno spaccato di vita quotidiana d’oltremare: usi, costumi, arte, cultura ed artigianato.
Non a caso, la progettazione del Padiglione della Quarta Sponda fu affidata a Di Fausto a quel tempo particolarmente attivo nel Dodecanneso, in Albania e, soprattutto in Libia. Elaborò i piani regolatori di Rodi e di Tirana, progettò case, edifici pubblici, chiese, alberghi, caserme, mercati, scuole a Rodi, Coo, Castelrosso, Tirana, Durazzo, Tripoli, Sabratha, Jefren e Ghadames. Suoi erano pure alcuni villaggi agricoli in Tripolitania e in Cirenaica, e altre opere a Bengasi, Misurata e Derna. Su suo progetto fu elevato, presso Ras Lanus, lungo la Grande Sirte, il grande Arco dei Fileni abbattuto nel ’73 per volontà del colonnello Gheddafi.
Il padiglione libico della Triennale incentrato su una corte chiusa presentava gli elementi caratteristici dell’architettura araba: la moschea col suo minareto, il marabutto, le botteghe artigiane, il caffè arabo, le oasi e persino un pezzo di deserto sahariano con la tipica tenda beduina ed i cammelli. All’interno di questo lembo di terra africana sul suolo flegreo, dove in bella mostra era esposta la “Carta di concessione dei diritti di cittadinanza italiana ai libici” redatta da Italo Balbo e ratificata da Mussolini, musicisti, orafi, tessitori di tappeti e stuoie, filatori della lana, danzatrici del ventre, conferivano alla fredda esposizione della storia, dei quadri economici e della documentazione delle attività di valorizzazione della Libia, un’essenzialità pulsante, reale ed esoticamente poetica.
Poi arrivò la guerra con i suoi orrori. La Triennale fu mortalmente bombardata dagli alleati ai primi di settembre del ’43. Nel ’48 l’Ente fu modificato in Ente Autonomo Mostra d’Oltremare e del Lavoro Italiano nel Mondo e a Luigi Tocchetti fu affidato l’impegnativo compito di coordinare la ricostruzione. Il team di architetti che aveva progettato l’Oltremare fu integrato da giovani e promettenti professionisti. I disegni originari furono rivisti in funzione delle esigenze della rinnovata mission, molte strutture furono profondamente modificate, altre restaurate, altre ancora forzosamente abbandonate per mancanza di fondi.
In questa nuova dimensione quello che fu il padiglione libico, perduto ogni carattere arabeggiante, fu utilizzato per ospitare la Mostra del Lavoro Italiano nell’America del Nord. Con la chiusura fallimentare dell’esposizione dedicata al Lavoro Italiano nel Mondo, il padiglione cadde in disuso. Negli anni ’60 parte della struttura fu trasformata in un bowling mentre per i volumi inutilizzati cominciò un lento ma inarrestabile degrado.
E siamo alle macerie in mostra… Rovine che sono il frutto perverso di una lunga storia di smembramenti, alienazioni, sotto-utilizzo e della decisione delittuosa di privare l’unicum architettonico di una funzione unitaria.
Ruderi che han dato vita ad un vivace confronto tra Gerardo Mazziotti e Nino Daniele, assessore alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli. Dallo scambio epistolare tra il Professore e l’assessore sul destino dell’ex padiglione Libia/Lavoro Italiano nell’America del nord è saltato fuori che i vertici della Mostra S.p.A. avrebbero intenzione di “restaurarlo” così com’era nel ’40, cioè con la moschea ed il marabutto per affidarlo alla comunità islamica che vive a Napoli. Così posta l’operazione non arrecherebbe alcun beneficio alla città e si risolverebbe con l’ennesima privatizzazione di una considerevole superficie del bene comune Mostra d’Oltremare.
Potrebbe invece rappresentare una buona notizia se tale ipotesi fosse parte di un progetto più ampio di “restauro” degli edifici storici dell’Oltremare. Si potrebbero così rivedere, seppure in una dimensione disneyana, gli edifici di Canino lungo il grande piazzale del Teatro Mediterraneo ed il Palazzo delle Conquiste Coloniali a chiudere, come nel maggio del ’40, l’asse prospettico con la monumentale fontana dell’Esedra, le Serre Botaniche di Carlo Cocchia, la Torre di Marco Polo di Giorgio Calza Bini, i padiglioni delle Forze Armate e del Lavoro Italiano in Africa, sostituiti da ignobili involucri rivestiti di specchi durante la gestione di Camillo Federico.
Inutile illudersi, non potrà mai essere. Non si può, infatti, restaurare un’opera d’arte o uno storico edificio che non esiste più. Tutt’al più può essere ricostruito filologicamente come il presidente Raffaele Cercola intendeva fare per recuperare i volumi del settore economico perduti a causa della guerra. Tuttavia si tratterà sempre di una copia e per di più da realizzare senza i salvifici finanziamenti comunitari.
Nella Mostra d’Oltremare invece c’è ancora molto da restaurare: la chiesa cristiano-copta che si trova nell’area del laghetto, il Palazzo di Rodi (ex Isole Italiane dell’Egeo), la chiesa di Santa Francesca Saverio Cabrini (ex Civiltà Cristiana), il padiglione del Lavoro Italiano in Oceania ( ex Albania), l’acquario tropicale ed il padiglione del Lavoro Italiano nell’America del Nord (ex Libia) di Carlo Cocchia, Gerardo Mazziotti e Matteo Corbi.
Quindi nessuna moschea, minareto e marabutto… La definizione di “restauro”, così come riferita dall’assessore Daniele, in realtà nasconde una ricostruzione ex novo e trova nella necessità di accedere ai finanziamenti europei la sua ragion d’essere. Pertanto per dar forza politica al machiavello, si tenta di giustificarla con la necessità di reperire “luoghi per le altre confessioni religiose, in una città che ambisce ad un ruolo nel Mediterraneo per le sue tradizioni storiche e per i suoi valori multiculturali ed di integrazione”. Gli organi di controllo sul corretto utilizzo dei fondi europei non lo consentiranno.
Che Napoli sia una città mediterranea è una realtà solare, che abbia poi delle ambizioni ad avere un ruolo nel Mediterraneo è cosa tutta da dimostrare, e la storia della Mostra d’Oltremare sta tristemente a testimoniare l’esatto contrario.













Come si può restaurare da un cumulo di macerie un opera d’arte…..anche se si riuscisse essa non avrebbe più il sapore del vissuto… l’ombra del passato glorioso o inglorioso, ma pur sempre di grande valore storico….nel dopoguerra la furia popolare sobillata dal partito vincitore ha provveduto a distruggere ogni presenza dovuta al ricordo di Mussolini……la nuova generazione non doveva sapere la sua esistenza ..nei libri di storia il nome di Mussolini non figurava…..pensavano così, di aver raggiunto lo scopo…….ma l’ideale era nel cuore…. rimasto lì e non si poteva soffocare. Ed oggi ci si rende conto quanto sia stato importante… ed anche i giovani (una parte) leggendo e ascoltando la voce dei maturi prendono ad esempio quel periodo in cui l’Italia era una Nazione rispettata e fiorente e in cui i valori” Dio Patria e famiglia” facevano parte del loro essere ITALIANI.
Dio, Patria e Famiglia, insieme alla consapevolezza orgogliosa) della nostra Storia e della nostra Cultura, costituivano i saldi principi della Nazione italiana. L’deologia comunista ha avversato politicamente questi valori tendendo ad un internazionalismo proletario (sconfessato dai tempi, e dai milini di morti per realizzarlo), ma è un certo relativismo arrendevole che ce li fa dimenticare, mentre tuttora mi appaiono fondamentali per la nostra Nazione democratica. Dei propri valori nazionali, non si dimenticano, né Germania, né Francia, né Spagna – che, pure, hanno partecipato alle tragiche vicende del periodo che portò alla Seconda Guerra mondiale, con torti pari ai nostri – ma che dai loro propri valori, traggono coscienza nazionale, spesso anche, a nostro danno. Dobbiamo riprendere coscienza del valore di Nazione per l’Italia, a cominciare da qiella della nostra Unità nazionale: da lì, socialmente condivisa, culturalmente (a scuola), pubbllcamente (stampa ed etere) ed istituzionalmente correttamente riproposta, potremo ripartire e ricostruire forza, ricchezza e, giustizia nazionali, così come facemmo nell’immediato dopoguerra, con grandissimo successo, all’ammiraziobe del mondo (anche, se durò poco).
Ho avuto modo di informare i vertici della Mostra S.p.A. a cui ho riferito che il Padiglione Albania, oltre al restauro in quanto sostenibilità del manufatto, potrebbe avere anche un ruolo per il suo utilizzo non solo come padiglione della mostra, ma assumere finalità culturali e storiche, in quanto il meridione italiano e l’Albania sono legati da rapporti di mutuo soccorso, in cui Napoli ha assunto il ruolo di cerniera e punto di incontro dei due paesi di fronte, sin dal XIII secolo.
Attendo ancora per una concreta finalizzazione del progetto.
Atanasio arch. Pizzi