di Valerio Caprara
Dopo ““Là-bas” ecco “Take Five”, opera seconda di Guido Lombardi con Peppe Lanzetta, Gaetano Di Vaio, Salvatore Striano, Carmine Paternoster e Salvatore Ruocco.
Il minimo rispetto dovuto a “Take Five”, è quello di non cedere al tic d’esibirsi in uno show di citazioni e accostamenti. Se è inoppugnabile, infatti, il fatto che il regista sia un cinefilo e anche di quelli agguerriti, questa rapsodia di rapinatori che azzardano un colpo al di sopra delle proprie forze porta in sé una rabbia striata di umor nero che non è spremuta dalle cineteche.
Anche nei suoi difetti, insomma, il film è come tatuato sulla gamma di una napoletanità anti-oleografica, una cadenza musicale non conciliatoria e un’irregolarità di comportamenti che –proprio come quella dei poco raccomandabili protagonisti- oscilla sino a fare girare la testa tra crudeltà, genialità, cialtroneria, bruto materialismo e depressione a palla.
La didascalia sociologica, che sarebbe chiamata in causa nel caso si volessero mettere in campo le solite diatribe su “Gomorra”, proprio non c’è o meglio si scolora nel primato conferito ai cinque caratteri incastonati nella paranza da strapazzo: per Lombardi gli sbalzi del registro narrativo, i passaggi arrischiati tra risataccia e sparatoria, i dettagli che mischiano l’identità sociale con quella criminale fanno parte di un progetto sospeso senza rete tra la somma libertà di una viscerale sensibilità personale e la massima aderenza alla nostra odiosamata tragicommedia quotidiana.

L’ardita scommessa ruota, ovviamente, sulla capacità dei solisti d’amalgamarsi nella session: missione riuscita –guardando al di là di qualche peccatuccio di straripamento- per l’idraulico Paternoster, il ricettatore Di Vaio (che è anche coproduttore in qualità di deus ex machina della società “Figli del Bronx”), il pugile radiato Ruocco, lo Sciomén di nome e di fatto Lanzetta e il fotografo Striano, l’ex Bruto di “Cesare deve morire” ormai dotato di un notevole piglio professionale.
Discussioni senza capo né coda, digressioni immotivate, flashback che qualche volta non tornano, una magniloquenza che a tratti sorpassa la necessità delle singole sequenze: difetti, dicevamo, che alla fine sono però inscindibili dai pregi di “Take Five”. Il cui solido e vibrante cuore drammaturgico è costituito dall’aspra convivenza e l’illusoria attesa bruciate a fuoco lento nel rifugio annidato in un vicolo del centro storico, ma già individuato dal boss che non potrà mai lasciare spazio a concorrenti tanto scalcagnati.










