di Valerio Caprara
I film di fantascienza hanno ormai sempre vita difficile. L’inevitabile tentazione di paragonarli con quel capolavoro irraggiungibile di Kubrick che è stato “2001” finisce col lasciare sempre almeno un po’ perplessi. E, comunque, nonostante questo, “Interstellar”, sceneggiato dal regista Christopher insieme al fratello Jonathan, è un kolossal fluviale, filosoficamente e scientificamente ferrato. Interstellar, per la regia di Christopher Nolan, ha come protagonisti Matthew Mcconaughey, Anne Hathaway, Jessica Chastain, Michael Caine e Matt Damon.
Ogni film di Nolan costituisce ormai un evento e non ci toccano gli anatemi preventivi anti-blockbuster né le dispute tra i superesperti in fantascienza. Eseguiamo subito, invece, la doverosa penitenza dicendo forte e chiaro che “2001” di Kubrick resta un capolavoro irraggiungibile e i paragoni vanno semmai spostati sui film di Spielberg o il più recente “Gravity” oscarizzato. Ciò premesso “Interstellar”, sceneggiato dal regista Christopher insieme al fratello Jonathan, è un kolossal fluviale (2h50), filosoficamente e scientificamente ferrato (e qui, in memoria del ”Solaris” tarkovskijano, scatta un’altra reazione pavloviana del cinefilo) nonché paradossalmente ostile –grazie al prolungato ritorno alla celluloide, sia pure nel 70mm delle cineprese Imax – ai comodi e correnti effetti digitali.
Ci sembra in fin dei conti ugualmente possibile ritenerlo possente o pasticciato non solo a causa della roulette del gusto personale, ma perché Nolan gioca sempre la carta degli ingranaggi lambiccati (da “Memento” e “Inception” alla straordinaria trilogia di Batman) in cui si fronteggiano al limite della paralisi gli opposti estremismi della visionarietà sfrenata e dell’intenerimento convenzionale. In questo caso il leitmotiv che sfugge meglio al pericolo d’implosione ci sembra quello dei buchi neri, grazie ai quali l’età della Terra potrebbe sospendersi in un’ancora sconosciuta eternità travasando, così, nella Space Opera lo struggente senso di rimpianto da sempre caro al regista.
Il protagonista Cooper, interpretato dall’intenso McConaughey di “Dallas Buyers Club” e “True Detective”, è un ex pilota collaudatore rimasto vedovo e ritiratosi in una remota fattoria a causa di una missione fallita. Il suo nuovo mestiere è, peraltro, utilissimo: coltivare il mais, l’ultima risorsa sopravvissuta che può ancora alimentare il nostro pianeta morente. Il professore della Nasa Brand (un Caine tratteggiato sui profili dei celebri astrofisici Sagan, Hawking e Thorne, prosecutori della teoria della relatività einsteniana) lo costringerà, però, a imbarcarsi sulla navicella Endurance con altri tre cosmonauti per raggiungere, dopo drammatiche peripezie galattiche, il “wormhole” o cunicolo, appunto, spazio-temporale nei pressi di Saturno attraverso cui l’umanità potrebbe superare le proprie sincronie creative, verificare la cosiddetta quinta dimensione ed evitare in extremis l’estinzione imminente. Salvando i terrestri, insomma, Cooper non solo perde sicuramente la crescita dei figli, ma soprattutto rischia di perdersi lui stesso per sempre.
Il cuore di “Interstellar” palpita su di un connubio tra ipotesi messianica e pensiero umanistico, “forte” e demiurgico: a guidare l’ultima e disperata impresa è la forza spirituale, la capacità di amare, l’incrollabile fiducia nella possibilità di scegliere. Oppure, volendo optare per un’epigrafe banale, l’evocazione metafisica dell’amore paterno.
L’aspetto più interessante sta nel constatare come un regista incredibilmente di successo possa mantenere la propria identità d’autore -al di là delle parti oscure, gli intermezzi farraginosi e quelli resi magniloquenti (alla “Tree of Life” di Malick) dalle colate laviche della colonna sonora di Zimmer– grazie al fervore e alla risolutezza messi in campo nei colpi di scena, nelle sequenze top, nei ‘crescendo’ spettacolari: l’impennarsi di mostruose montagne d’onde, il ghiaccio che attanaglia anche le nuvole, la navicella che galleggia tra gli anelli di Saturno, le prodezze della fotografia di van Hoytema che scintilla e ribolle nelle atmosfere o staglia bianchi e grigi-argento sullo sfondo nero del viaggio.
Più discutibili, secondo noi, risultano i tocchi ironici o colloquiali che contrappuntano il percorso avventuroso sfociando talvolta in stridenti scambi di dialogo… E nei tre quarti d’ora di un finale gremito di sottofinali ciascuno spettatore potrà legittimamente sentirsi sopraffatto dalle contorsioni narrative ovvero attanagliato dalle emozioni incalzate dal senso di minaccia.











