Valerio Caprara

Valerio Caprara

Professore di Storia e critica del cinema all’Università degli studi di Napoli “L’Orientale” e dal 1979 critico cinematografico del quotidiano “Il Mattino”. Presidente della Campania Film Commission.

Lo sceriffo e Al-Qaida

 di Valerio Caprara

“American Sniper”  è il potente diario audiovisivo tratto dall’autobiografia di Chris Kyle, arruolatosi nelle forze speciali e spedito nel 2003 in Iraq dove in sei anni diventerà la leggenda dei tiratori scelti

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Era stato sdoganato dalla critica monopensante, ora tornerà tra i (quasi) reprobi. Pazienza: Clint Eastwood, 84 anni e oltre 50 film, si è appostato dietro la cinepresa scegliendo –al contrario di quanto hanno fatto con la macchina fotografica l’Hitchcock di “La finestra sul cortile” o il Powell di “L’occhio che uccide”- il mirino del fucile di un cecchino dei Navy Seals per la sommessa celebrazione dell’abilità di un guerriero e insieme il lamento sulla sua condizione di alienato votato alla salvezza dei compagni e la morte del nemico.

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“American Sniper” è il potente diario audiovisivo tratto dall’autobiografia di Chris Kyle, arruolatosi nelle forze speciali e spedito nel 2003 in Iraq dove in sei anni e quattro turni diventerà la leggenda dei tiratori scelti –almeno centosessanta colpi certificati andati a segno- a scapito della sua condizione familiare, sociale e soprattutto umana. Lo sguardo del demiurgo Eastwood, asciutto e implacabile come quello del massiccio protagonista texano, coglie senza perdersi in ghirigori estetici lo stato di assoluto disorientamento provocato dall’insanabile scissione tra le certezze patriottiche e l’adrenalina della missione foriera dell’impossibilità di tornare alla normalità del quotidiano.

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Non è un pacifista, certo, il grande vecchio del cinema americano e non lo è mai stato neppure quando officiava le vendette di “Gli spietati”, i tormenti fisici e mentali di “Mystic River”, le insurrezioni anti-apartheid di “Invictus” o gli assalti da kamikaze per amore di giustizia di “Gran Torino”. Ma giudicarlo in virtù d’ideologie pregiudiziali significa non capire la sua tematica fordiana, il suo interrogarsi sul destino e la responsabilità individuali e il ricorrente dissidio tra queste ultime e le ragioni primarie di sopravvivenza di una comunità.

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Il western, ancora: l’infallibile fulminatore come sceriffo, il suo contraltare adepto di Al-Qaida come “wanted”; il duello –tra l’altro girato al culmine di una sequenza mozzafiato, un inferno dantesco tra tempeste di sabbia e corpi che s’abbattono- come versione moderna dell’OK Corral; la moglie, il cui rapporto col coniuge rischia sempre più di deteriorarsi, come Grace Kelly che attende trepidante Gary Cooper mentre le pistole cantano nel prefinale di “Mezzogiorno di fuoco”.

Scabro, lucido e sintetico, Eastwood si avvicina al Peckinpah di “Il mucchio selvaggio” per come sa trasferire il dramma delle acmi mortali dalle quali non si può più recedere nell’occhio, il cuore e la mente dell’interprete combattente (Bradley Cooper): un procedimento d’alta miniatura filmica che funziona da agente principale del suo progressivo sprofondamento in una realtà fantasmatica, ingiudicabile in astratto, inguaribilmene “altra”. Cosa importa definire Chris un eroe o un assassino, cosa importa sentenziare se ha ragione l’invasione Usa o il terrorismo islamico? Il lavoro dell’artista è quello di mettere a disagio lo spettatore, mordergli l’anima e suscitarne le emozioni più recondite e estreme (Leonardo o Michelangelo non erano biechi guerrafondai). In “American Sniper” è stato fatto così bene da rispondere al compito come quasi mai succede.

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