di Giuseppe Crimaldi
Qualche giorno lontano da casa fa bene, e anzi fa meglio ancora se ci si allontana da quel vortice di disastri, disorganizzazione e degrado che continuano a chiamare Napoli. A volte basta staccare la spina per un po’. Il problema arriva però quando la si deve riattaccare.
Friburgo è una meta ideale per chi voglia girare il centro dell’Europa senza grandi perdite di tempo e con una spesa relativamente bassa: dal cuore della Foresta Nera si possono raggiungere agevolmente altre interessanti città, a cominciare da Strasburgo, Baden Baden, Stoccarda e Basilea. Siamo nella regione della Baden-Wuttenberg, la Svevia, ma non è la geografia che adesso ci interessa. Chiunque la conosca appena un po’ intuisce i motivi che portano la Germania a essere considerata la locomotiva d’Europa. Si capisce perfino perché stesse per vincere la guerra. I tedeschi sono un gran popolo e nella loro grandezza sono riusciti ad eccellere sempre e comunque anche nel male, quando è il male a diventare la loro guida.
E allora a Friburgo, come a Berlino piuttosto che a Mannheim ti senti veramente cittadino dei diritti e non dei doveri; paghi volentieri tutti i servizi che utilizzi – a cominciare dai trasporti – perché sai che se sulla tabella della fermata l’arrivo del tram è previsto alle 17,49 passerà alle 17,49; perché capisci l’importanza del rispetto dovuto a chi attraversa le strisce pedonali; perché al ristorante il cameriere non ti bestemmia alle spalle perché magari non gli hai lasciato la mancia, o perché trovi strade asfaltate a sanpietrini senza che ne salti uno e – a effetto domino – tutti gli altri dietro, provocando crateri; e passeggi su marciapiedi lindi; ti senti cittadino perché cammini in strada senza essere disturbato dal concerto osceno dei clacson, perché alle due di notte non devi guardarti le spalle, perché non ti avvicinerà un truffatore che vuol venderti calzini o patacche griffate.
Mi accorgo di avere scritto delle banalità, ma spesso la qualità delle cose è figlia della sua stessa semplicità. La civiltà non scende dal cielo, non è un miracolo e tantomeno una graziosa concessione. La civiltà è una conquista. Il rispetto dell’ambiente è il rispetto dell’altro: ma non quello sbandierato a chiacchiere, perché con le parole non si cambiano le coscienze, e figuriamoci poi i costumi di un popolo. E allora immagini – come ho fatto io mentre riprendevo l’aereo per tornare a Napoli – a che cosa penseranno i turisti tedeschi appena finita la loro vacanza nel caos, a come ci giudicheranno, e al ricordo e ai commenti che faranno quando la loro permanenza tra vicoli sporchi e infestati da delinquenti, tra cornicioni di palazzo che ti cadono addosso, tra strade che è pericolosissimo attraversare anche quando per i pedoni c’è il verde. Sempre che siano così fortunati da non finire in un pronto soccorso o da non essere scippati.
Ogni paragone è mortificante, e siamo oggettivamente più persi che perdenti anche solo nel tentativo di provarlo a fare. Quanto è lontana l’Europa, vista dal Golfo. Dice: ma tu vuoi mettere l’estro, la fantasia, la generosità, il colore della nostra ricchissima tavolozza con la freddezza teutonica? E finiamola! Il nostro peggior nemico è l’autoassoluzione. Quando i napoletani capiranno che non possono campare sulla rendita di due mandolini, una canzone e una spaghettata come elementi che migliorano la qualità della nostra vita, forse allora la sera non riusciranno nemmeno più a mettere la testa sul cuscino.
Qualche giorno fa il questore di Napoli, Guido Marino, ha ripetuto un concetto che pare ami moltissimo, giacché lo ripete ormai da un anno: “I napoletani non devono arrendersi concedendo a quattro balordi delinquenti di sporcare l’immagine di un intero popolo”. A me veniva quasi da ridere. No, Commendatore mio, non è questione di “core”. E’ proprio questo il nodo che da secoli ci mantiene zavorrati all’inferno. Resettiamo tutto, ma facciamolo senza backup. E, se possibile, le tarantelle lasciamole ad altri.











Verissimo e superbamente scritto.