di Lidio Aramu
E’ calato il sipario su quella che è stata definita, non senza una punta di veleno razzista, una sceneggiata di massa. Il feretro abbandona il palco mentre il Largo di Palazzo riprende l’aspetto abituale. Il brusio scema, ma nell’aria si percepisce ancora l’eco dei commenti dettati dalla straordinaria partecipazione di popolo. Sull’onda del “quanti eravamo” qualcuno legge in quel numero un ritrovato desiderio del popolo napoletano di dar vita ad una moderna società coesa da valori condivisi.
Certo, il colpo d’occhio è impressionante così come la voglia di esserci. Per amore della storia c’è da dire che l’andare oltre la vita, così come noi la conosciamo, dei grandi artisti partenopei è stata sempre accompagnato da ali di popolo da cui provenivano e che avevano eternato con la loro arte sublime. Una folla che oscilla tra le centinaia di anime che di solito in tali circostanze si radunano nella chiesa degli artisti in piazza S. Ferdinando, le migliaia convenute per l’estremo saluto a Pino Daniele nel Largo di Palazzo, sino a toccare la punta altissima, circa un milione di persone, in occasione del funerale del principe Antonio de Curtis in arte Totò.
Il numero, tuttavia, pur significativo, non testimonia né la fama raggiunta dall’artista passato a miglior vita, né la profondità del segno che questa ha lasciato nella cultura e nell’anima popolare. Se così fosse, dovremmo dedurre che Dolores Palumbo, i fratelli Maggio con la mitica Pupella, Mario Merola, Nino Taranto, Concetta Annunziata Pica (Tina), Sergio, Bruni, Nunzio Gallo, Luisa Conte e tantissimi altri, siano passati tra noi senza lasciare impronte, con leggerezza.
Eppure, questa volta, la moltitudine di Largo di Palazzo non è lì radunata per un semplice e sentito ed ultimo ringraziamento a chi con le sue canzoni ha scritto nuove, originali e toccanti pagine nel libro della musica partenopea. Pino Daniele, oltre la genialità dell’artista, assume il valore di un simbolo revanscista. Lo si percepisce dalle accorate parole, negli sguardi commossi e fieri, dalle stesse polemiche al calor bianco che hanno costretto i familiari del cantante a trasportare la salma da Roma a Napoli per ri-celebrare la funzione religiosa del commiato con un Pino Daniele sempre più mitizzato. Ed in quel Largo, con Pino tra Carlo e Ferdinando IV, si celebra con grande solennità il rituale della napoletanità.
La sacralità del rito non ammette eresie. La massa travolge tutto ciò che è differente, singolare, individuale. Una massa che nella sua composizione è interclassista, coesa però da desideri coincidenti, d’idee, dallo stesso modo d’essere. La napoletanità da molti è ritenuta un valore. Personalmente non sono d’accordo, credo piuttosto che essa sia il portato plurisecolare della cultura umanistica e scientifica e della storia che si sono sviluppate in un ecosistema urbano e naturale unico al mondo. E’ l’indiscutibile amore dei partenopei per la propria terra, per le proprie tradizioni; le radici. La napoletanità come metafora della propria spiritualità.
Ma la crisi economica morde e mortifica le già flebili capacità di reazione dei partenopei e li spinge a cercare in un altrove, le responsabilità delle insopportabili condizioni di vita della città. C’è chi le ritrova nella colonizzazione savoiarda, chi nella mala politica romana. Fatto sta che essi continuano a sentirsi defraudati, umiliati e sfruttati.
In tale clima, Daniele con la sua arte ed i suoi successi, prima negato e poi concesso, entra quindi a pieno titolo ed arricchisce quella mitologia sociologica che lega e sostanzia la società, che dà anima e corpo al popolo napoletano.
Quello del Largo di Palazzo potrebbe quindi essere considerato un rituale mitologico se solo stesse a significare il passaggio tra una vecchia condizione e la nuova. In realtà i riti hanno perso la loro forza. Ciò che un tempo esprimeva una realtà interiore oggi è diventata pura apparenza cosi che la napoletanità si è ridotta a quella che Raffaele La Capria definisce napoletaneria.
Tutto l’amore per Napoli si limita, infatti, alla diffusione di canzoni in lingua napoletana, libri, gouaches, foto d’epoca e tele che riportano al presente natura, paesaggi, architetture ed attività umane ormai cancellate da secoli dall’opera del tempo o dall’indifferenza dei napoletani. Indifferenza e indolenza che non sfuggirono a Daniele.
Dietro la pretesa di averlo a Napoli per l’ultima volta ho immaginato che si celasse il proposito di farla finita col passato, con l’auto-commiserazione, con il “lazzarismo” di crociana memoria. Ho sognato migliaia di napoletani di nuovo in piazza per reclamare il diritto ad esistere non per concessione altrui, ma per raggiunta consapevolezza. In piazza per chiedere alle classi dirigenti di Napoli e per i napoletani progetti di sviluppo, la valorizzazione del patrimonio culturale, la tutela e la bonifica dell’ambiente, la fine della privatizzazione dei beni comuni… In piazza anche per smentire Pino dimostrando di essere tornati ad essere protagonisti del proprio destino senza più aspettare a’ sciorta.
La mia è stata una breve astrazione dalla realtà, presto tutto tornerà alla normalità. Resteranno i selfie del funerale, il ricordo commosso dei partecipanti, le rivendicazioni identitarie, le canzoni di Pino e null’altro.












