di Valerio Caprara
“Gemma Bery” , diretto da Anne Fontaine e interpretato da Fabrice Luchini e Gemma Christina Arterton è un film elegantemente, narcisisticamente, profondamente francese. Una commedia d’evidente cifra cinematografica
Se qualcuno pensasse al vecchio gioco dei trapianti culturali, occorre dirglielo a voce alta: “Gemma Bovery”, pur attivando continue schermaglie con il capolavoro (non solo di Flaubert, ma della letteratura universale) semiomonimo, è una commedia d’evidente cifra cinematografica.
Persino ignorando l’ottimo preliminare e cioè che ogni film interpretato da Fabrice Luchini si tramanda come imperdibile, è sorprendente la raffinatezza impiegata dalla regista Anne Fontaine per operare il transfert con cui lo humour britannico della graphic novel originaria confluisce in un esito crudo, materiale, mortuario.
E persino facendo a meno di una di quelle assonanze che elettrizzano solo i cinefili e cioè l’eco del Truffaut di “Le due inglesi”, è stimolante come un’indagine sulla forza del desiderio e delle sue illusioni nonché della manipolazione operata dalla vita sull’arte funzioni come motore anziché facsimile dei fatti.
Il Martin di Luchini vale da solo il prezzo del biglietto: ostile alla vita degli altri, bizzarro istrione consegnato ai propri tic e nevrotico a malapena redento dall’eden normanno in cui s’è ritirato a fare il panettiere, all’inizio fa la conoscenza della coppia Bovery che s’è trasferita di fronte a casa sua. Il marito è un baldo inglese in età, ma Gemma ovvero la Arterton ex Bond girl, una di quelle attrici che promanano un calore in grado di bruciare la tela dello schermo, si rivela esattamente l’icona sulla quale il misantropo può operare un’insperata quanto agognata trasfigurazione romanzesca.
La linea di disarmonia femminile tracciata da Flaubert si assottiglia, ramifica, sfrangia nell’ossessione del panettiere mentre bracca, spia, sogguarda con impagabili espressioni e gesti le trasgressioni erotiche della conturbante arredatrice; ed ecco modellato ai nostri occhi un lettore che crede ai libri con incongruo fanatismo, un sessantenne risvegliato alla passione dalla propria galoppante fantasia, un drammaturgo beffardamente tradito quando già s’annuncia la parola fine. Per la gloria di un film elegantemente, narcisisticamente, profondamente francese come il borgo e la campagna in cui si specchia la chimera del presunto demiurgo di provincia.










