I siciliani

di Gianpaolo Santoro

Il mistero della sicilitudine. Così l’ha definita Alfio Caruso. E mai, come in questi giorni, ritorna alla mente il mistero della sicilitudine. Tutta l’Italia va diventando Sicilia, scrisse Leonardo Sciascia cercando di spiegare come il nostro sia un Paese incredibile. E che mai puoi sorprenderti. Di nulla.

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E, Sciascia non ha vissuto questi giorni della terza Repubblica in cui la sua profezia va realizzandosi, in cui il presidente della Repubblica è un siciliano, il presidente del Senato è un siciliano, il ministro degli interni, è un siciliano. La prima e la seconda carica istituzionale del Paese, il ministero di maggiore peso: Sergio Mattarella, Pietro Grasso, Angelino Alfano. Siamo passati dal Regno delle due Sicilie, alla Sicilia über alles, una volta il confine era il vecchio Faro

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“Çiuri, çiuri, çiuri di tuttu l’annu, l’amuri ca mi daşti ti lu tornu”. “Fiori, fiori, fiori di tutto l’anno, l’amore che mi hai dato te lo rendo ” narra la più famosa canzone popolare siciliana. “ Çiuri, çiuri, çiuri…” ti rendo l’amore che mi hai dato, il ritornello sembrava riecheggiare in questi giorni del Colle, nel corridoio dei passi perduti ad ogni angolo, su ogni divanetto, in ogni anfratto del giardino d’onore. Un profumo di mandorle e di zagara. Sono comparsi di colpo, un richiamo irresistibile i siciliani. Hanno fiutato che stava per scoccare l’appuntamento con la storia, quella di vedere un trinacrio sul colle più alto. Sono ricomparsi Sergio D’Antoni e Carlo Vizzini e gli occhi brillavano come raggi di sole, loro erano due di quel gruppo di giovani di belle speranze che comprendeva anche Leoluca Orlando, Vito Riggio, Giovanni Fiandaca, Enrico la Loggia che volevano cambiare il mondo. Quelli della primavera di Palermo. Ruotavano tutti intorno a Sergio Mattarella che aveva avuto il compito da De Mita di cambiare la Dc siciliana. L’ultimo dell’anno festeggiavano tutti insieme a casa Mattarella, in via Libertà.

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Orlando e Mattarella

Di colpo per i meccanismi di luce riflessa, Giovanni Burtone, catanese, 59 anni, deputato democratico con quattro legislature alle spalle, si è ritrovato sotto i riflettori: lui è una delle poche persone che Mattarella frequenta con assiduità a Roma. Splende di una luce nuova anche il ministro del governo D’Alema, Salvatore Cardinale, Totò, che dal 2008 non è più parlamentare, ma continua ad esercitare il potere come pochi, è uno degli uomini politici più potenti della regione più democristiana.

Giuseppe Pignatone

Giuseppe Pignatone

I siciliani, i siciliani. La sicilitudine. E Giuseppe Pignatone, palermitano e capo della procura l’uomo di Mafia Capitale o, sempre nell’ambito della giustizia, Santi Consolo, nativo di Gangi, che guida il Dap, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. E ancora il professore Giovanni Pitruzzella, altro palermitano, al vertice dell’Antitrust?

Ma non solo giudici: al vertice della Uil c’è Carmelo Barbagallo, di termini Imerese, Paese che vuol dire fabbrica,  al vertice di Confindustria (vicepresidente) troviamo Ivan Lo Bello, così come delegato della legalità della confederazione degli industriali è da anni Antonello Montante, di San Cataldo un piccolo paese in provincia di Caltanisetta.

Torna alla mente il “milazzismo” della fine degli anni cinquanta (e non solo perché uno dei maggiori esponenti fu il deputato democristiano Francesco Pignatone, padre dell’attuale Procuratore Capo di Roma) quando in un’Italia che viveva il miracolo economico, scoppiò la “questione siciliana”. In una regione contesa tra il miraggio della crescita industriale e un presente ancora vittima della povertà e caratterizzato da un forte esodo emigratorio, presero corpo forti tensioni nel rapporto tra il Roma e una periferia speciale, dotata di ampia autonomia istituzionale e marcata identità territoriale.

Silvio Milazzo

Silvio Milazzo

Esplose l’esperimento dei governi guidati da Silvio Milazzo, un agrario calatino allievo di don Sturzo, caratterizzati da un’anomala (soprattutto per quei tempi) convergenza tra destra e sinistra (segretario regionale del Pc era Emanuele Macaluso) che spaccò la Dc e diede corpo ad un blocco regionale-sicilianista che affermava di voler difendere gli interessi dell’isola dalle ingerenze delle segreterie centrali dei partiti e dei monopoli economici settentrionali, il tentativo di tracciare una via di sviluppo regionale, legata alle risorse dell’autonomia speciale. Una sorta di risposta politica periferica ad una stagione di grande cambiamento che investì tutto il Paese, ma lasciò irrisolti alcuni nodi della storica questione meridionale.

Ora assistiamo ad un milazzismo capovolto, sempre destra e sinistra insieme (Pd e Nuovo Centro Destra) solo la cabina di regia del rilancio della Sicilia questa volta la troviamo a Roma. Ed appare forte il contrasto, molto forte fra questa Sicilia vincente, trionfante e d’esportazione di Roma e quella Sicilia inguaribile dei gattopardi, della spietata rappresentazione delle illusioni e delusioni storiche, consacrata all’immobilità e, quella ” irredimibile” di scoglio che ha il parlamento più antico del mondo ma il più costoso del mondo:  nel 2013 l’Ars, l’Assemblea regionale siciliana, è costata 165 milioni di euro, quasi cento milioni di euro più della Regione (68 milioni di euro) che ha quasi il doppio degli abitanti dell’isola. I misteri della sicilitudine.

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Un pensiero su “I siciliani

  1. TARAS

    “Costruiscono le loro case come se dovessero vivere in eterno e mangiano come se dovessero morire domani.”
    Il senso del Thanatos più che il Patos permea la loro visione della vita, un popolo capace di sopportare tutto e di mandare all’aria tutto per niente.
    Individualisti e generosi allo stesso tempo, memoria di elefante, perseguono la vendetta sempre anche se sembrano aver dimenticato.
    Sacra è la parola data, cosi come l’amicizia, ma guai a tradirla.
    Ovviamente ci sono anche i famosi quacquaraquà, come ovunque.

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