Valerio Caprara

Valerio Caprara

Professore di Storia e critica del cinema all’Università degli studi di Napoli “L’Orientale” e dal 1979 critico cinematografico del quotidiano “Il Mattino”. Presidente della Campania Film Commission.

E’ il mio tipo di film

di Valerio Caprara

Il film di Lucas Belvaux (con Emilie Dequenne, Loic Corbery, Sandra Nkakè, Charlotte Talpere e Anne Cosens) dal romanzo francese, “Pas son genre” ha una strana magia che cattura dall’inizio alla fine e regala sensazioni struggenti

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Potrebbe diventare nel tempo un cult, un classico, un’ossessione cinefila. A noi, per esempio, è successo d’essere subito catturati da una strana magia e di restarlo sino all’ultima scena, quando “Sarà il mio tipo?” arriva a comunicare una di quelle sensazioni struggenti grazie a cui solo pochissimi film riescono a sopravvivere nella memoria.

Il punto di partenza è un romanzo francese, “Pas son genre” (“Non il suo tipo”, titolo più congruo di quello italiano), che apparentemente s’inscrive nel genere della commedia sentimentale, ma via via si trasforma in un trattatello degno del celebre saggio di fine anni Settanta “Frammenti di un discorso amoroso” di Roland Barthes. Il racconto è abilmente tenuto semplice, limpido e stretto: Clément è un professore di filosofia benestante, algido, scettico, parigino sino al midollo, spedito a insegnare tre giorni alla settimana nel liceo della nordica Arras; Jennifer una ragazza madre, ingenua, solare, entusiasta che fa la parrucchiera nella cittadina natale di Robespierre.

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Lucas Belvaux, ex attore poco conosciuto in Italia come sceneggiatore e regista, descrive con tocchi di penetrante finezza -nonché sfruttando l’alchimia attivata tra il fascinoso intellò Corbery e la travolgente Dequenne scoperta dai fratelli Dardenne- la passione che in breve prorompe tra i due a dispetto dei marcati contrasti di gusti, caratteri, istruzione, concezioni e aspettative di vita.

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Se pensiamo di avere assistito a una delle più intense storie d’amore trasposte di recente al cinema non è, però, solo per la sottile suspense prodotta dal gap culturale (lui pubblica, legge e cita libri importanti, lei segue i divi del cinema e si mette in paillettes per cantare al karaoke in trio con le colleghe sciampiste), ma anche per l’ipoteca, subito percepibile, dei divergenti percorsi sociali che incombe sul loro futuro.

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Belvaux, in linea con un cinema che non si sognerebbe mai di squadrare con l’accetta i propri personaggi come fa il nostrano, riesce ad accordare il coinvolgimento dello spettatore agli slanci e al pathos dei personaggi, ai loro errori e alle loro malizie, alla loro passione carnale e alla loro precarietà psicologica, accettando e mescolando le rispettive ragioni tanto da fare scoprire nella finta sciacquetta e sensuale amante Jennifer un’indimenticabile attrice e una formidabile personalità, decisa come sanno esserlo a volte le donne sia nel prendersi tutta la felicità del momento sia nel guardare in faccia la labilità delle illusioni e rendere il più garantito, cinico e snob Clément, uno che è stato capace di pronunciare all’inizio una battuta come “Je suis parisien, tu comprends? Parisien!”, la vera vittima di un epilogo che fa l’effetto di una spada nel cuore.

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