di Valerio Caprara
La difficile e contraddittoria nuova Russia nell’opera del pluripremiato regista siberiano Zvyagintsev “Leviathan” con le interpretazioni efficaci di Alexej Serebryakov, Vladimir Vdovitchenkov e Elena Lyadova. Una forte metafora.
L’ambientazione in un’ansa sperduta del mare di Barents, un regista austero pluripremiato nei festival internazionali, le recitazioni scolpite e una forte ambizione metaforica con presa diretta sulle disgrazie della Russia contemporanea. “Leviathan” del siberiano Zvyagintsev è un film di grande pregio e notevole densità, ma non è il caso di arrendersi all’aura che lo pervade senza segnalare le crepe che s’aprono nella sua struttura autoriale blindata.
Il doppio riferimento del titolo chiama in causa la seicentesca opera filosofica di Hobbes e soprattutto “Il libro di Giobbe” contenuto nella Bibbia ebraica e cristiana: sta, infatti, nella rilettura del testo incentrato sui reiterati tormenti patiti dal ricco e pio mercante che tuttavia si rifiuta sempre di maledire il nome di Dio la chiave per tentare di sintonizzarsi con il lirismo algido e scarnificato della parabola scritta dall’autore di “Il ritorno” insieme a Oleg Negin.
Il meccanico Kolia è un ex militare stropicciato e sanguigno che vive nella sua pittoresca casa di legno con vista sul porto di un remoto paesino con la moglie Lilia e il figlio adolescente nato da un altro matrimonio. All’inizio riceve la visita dell’avvocato Dmitri, un amico d’infanzia venuto da Mosca per respingere il tentativo d’esproprio di questi poveri beni messo in atto dal sindaco con evidenti fini speculativi. Quest’ultimo è il personaggio più scontato del film, un autentico farabutto totalmente dedito al culto del proprio potere e pronto a qualsiasi abuso, imbroglio o crimine pur di salvaguardarlo: prima offre un pugno di rubli a Kolia affinché decida di levare le tende, poi gli scatena contro un’ordalia burocratica e infine lo condanna a un progressivo e spietato calvario. La condizione della nuova Russia, rappresentata da questo feticcio sul quale è facile far convergere odio e schifo adeguati, si rivela ramificata nei tre canonici poteri (legislativo, esecutivo e giudiziario) altrettanto corrotti e brutali, mentre s’insinua anche l’ambiguo motivo del (mancato?) distacco dal passato regime come sottolineano le sequenze del picnic in cui Kolia e gli amici usano i ritratti di Krusciov, Breznev e Gorbaciov come bersagli per il tirassegno.
L’assunto beffardo della “sicurezza” offerta dallo Stato in cambio della rinuncia alla libertà individuale, comprendente le sprezzanti allusioni all’alcolismo dilagante e l’ipocrisia della Chiesa ortodossa, ha il difetto di costituirsi in un quadro cupo e massimalista che sarebbe parso eccessivo persino a Zola e le superbe allegorie allestite per il tramite del paesaggio desolato e primordiale, sulle cui spiagge torreggiano imbarcazioni sventrate e scheletri di balene, finiscono col negare allo spettatore la chance d’esercitare il libero arbitrio emotivo e mentale al cospetto di un teorema già dimostrato.









