di Valerio Caprara
Nel Quartier Cerebrale di un’adolescente si inseguono i colori della vita: l’irrefrenabile brigata della gialla Gioia, la blu Tristezza, il verde Disgusto, la viola Paura e la rossa Rabbia. E grazie ad un amico immaginario nel geniale film di Pete Docter vengono approfonditi i tormenti dei teenager, un lungo itinerario scandito da mutazioni, reazioni, dolori e scoperte…
Un film. Il nostro regno (tutta la Mostra di Venezia) per un film. “Inside Out”, non a caso definito “uno dei più bei titoli della Pixar” dal maggiore esperto italiano d’animazione Marcello Garofalo, è un capolavoro di ridotte quanto armoniche proporzioni, in realtà assai complesso, ma godibile a livello di bambino e adulto nonché basato su un’idea tanto forte e ardita da essere capace di sorprendere il geniale team degli autori allo stesso modo e nello stesso tempo in cui sorprenderà milioni di spettatori.
In particolare Pete Docter, consolidato talento della factory di John Lasseter, si è ispirato per il suo esordio registico al passaggio tra infanzia e adolescenza della figlia, riuscendo nell’affatto scontata impresa di ambientare la trama pressoché interamente nella testa dell’undicenne Riley in procinto di cadere in balia dell’instabilità umorale connaturata all’età difficile.
Se le emozioni restano le fondamenta del grattacielo cinematografico hollywoodiano, è in fondo logico che alle stesse vengano una buona volta consegnati ruoli in qualche modo realistici: così nell’incipit, installata nella cabina operativa del Quartier Cerebrale della protagonista, l’irrefrenabile brigata della gialla Gioia, la blu Tristezza, il verde Disgusto, la viola Paura e la rossa Rabbia sembra accontentarsi di garantire i migliori dosaggi per una paciosa crescita nella natia cittadina del Minnesota.
Il trasferimento della famiglia nella frastornante metropoli San Francisco allontana le isole formative –dalle amicizie agli adorati sport sul ghiaccio- avviando Riley e l’amico immaginario Boing Boing lungo un itinerario scandito da mutazioni, reazioni, dolori e scoperte che, in barba all’ingannevole happy ending, trasforma con grazia crepuscolare alcune basiche nozioni psicoanalitiche sui tormenti dei teenager (ma non mancano i riferimenti a quanto s’agita convulsamente nell’inconscio dei genitori, di solito bistrattati nei titoli affini) in un universo autonomo, caustico e un pizzico moralistico, imperniato sul quel sofisticato blend avventuroso/fantastico che da Alice e le sue meraviglie discende fino a Disney e Disneyland, il cinema musical, horror e thrilling, l’innovatore Spielberg e naturalmente “Toy Story” capostipite della casa fondata nell’85 da Lasseter.
Sfidando infine l’acribia degli esperti del ramo, anche l’animazione, i colori e il design ci sembrano all’altezza della posta in palio, di fatto assai delicata perché stavolta a interagire con l’eroina Pixar sono chiamati personaggi dalla struttura pour cause mutevole, imprevedibile e astratta.










