di Valerio Caprara
Zalone non tradisce la sua ferocia non scema, la sua pancia vince ancora sulle ideologie e al suo allegro e solare populismo s’accorda sempre il verbo immoralista di un Sordi o di un Fantozzi
Tutti insieme appassionatamente. Nelle sale che stanno per riempirsi, peraltro, ci stiamo comodi anche noi: ma non in veste di critici/lettori/spettatori, bensì in quella di personaggi e interpreti del rito officiato da Luca Medici in arte Checco Zalone, il Messia sceso in terra per redimere i peccati del cinema italiano AAPQ (abbonato a piagnistei e questue).
Ai titoli di coda di “Quo Vado?”, quarto film della saga monopolizzata dal comico barese e diretta dal complice e coautore Gennaro Nunziante, il sismografo personale registra una scossetta d’assestamento (leggi magari delusione) a causa di un finale in sospetto di buonismo missionario. Per fortuna, però, ripassando ciò che Checco ha combinato in quest’ultima avventura, si riconoscono le benefiche rovine –dei luoghi comuni “alti” e “bassi”, delle tendenze trendy di micro e macro borghesia, dei ricatti culturali, delle depressioni narcisistiche- procurate dal passaggio sullo schermo del suo genio incontrollato e incontrollabile.
Che sollievo, l’Homer Simpson venuto dalla Puglia non tradisce, la sua ferocia non scema, la sua pancia vince ancora sulle ideologie e al suo allegro e solare populismo s’accorda sempre il verbo immoralista di un Sordi o di un Fantozzi.
Dallo straziante addio al “posto fisso” alle soluzioni darwiniane per accogliere i migranti, dal femminismo ripassato alla Zalone al familismo assistenziale e/o politicante (esilaranti i contributi di Sonia Bergamasco, Maurizio Micheli, Ninni Bruschetta e sua Maestà stracult Lino Banfi), non c’è cardine della vita in tricolore che non venga sabotato. Per amore, del resto, di una ricercatrice alternativa la sedicente vittima di stato finisce anche al Polo Nord, dove l’educazione civica (orsi compresi) dovrebbe trionfare sui viziacci incistati nel dna del Belpaese.
Nunziante stavolta gode di un budget più sostanzioso e così il film inanella anche qualche bella inquadratura, una fotografia adeguata e scenografie meno di routine rispetto alla trilogia scorsa, un comfort che, però, potrebbe avere reso meno arrembante la seconda parte più congegnata e raccontata. In quanto a musiche e canzoni ci pensa sempre lui: se l’acme drammaturgica è costituita dalla miracolosa apparizione su uno schermo tv norvegese di Al Bano e Romina nuovamente in coppia, il leitmotiv “La prima repubblica” (in cui “i debiti pubblici s’ammucchiavano come conigli/tanto poi erano ca… dei nostri figli”) non ce lo toglieremo facilmente dalla testa.










