di Valerio Caprara
Nel settembre del ’68 poteva succedere che un giovane cinéfilo, letteralmente rapito dall’intreccio di “Il laureato”, rispondesse all’amico che gli aveva chiesto come pensava potesse andare a finire: “Male per me” (lascio ai lettori immaginare di chi si tratti).
E, in effetti, il regista Mike Nichols, morto a New York a 83 anni, stava già vincendo all’esordio la sfida del tempo dirigendo quel trascinante cult-movie con la neostar Dustin Hoffman e la colonna sonora di Simon & Garfunkel che, insieme al coevo “Gangster Story” e a “Easy Rider” di due anni dopo, contrassegna la nascita del Nuovo Cinema Americano (1967-1975).
Nato Michael Igor Peschkowsky a Berlino nel ’31 ed emigrato a otto anni con la famiglia ebrea negli Usa, matura una formazione teatrale prima come attore all’Actors’ Studio e poi come fondatore della Compass Players. Gli spettacoli ideati tra la fine dei Cinquanta e i primi Sessanta lo conducono al successo a Broadway e, appena trentunenne, all’esordio hollywodiano con “Chi ha paura di Virginia Woolf?” tratto dall’omonima pièce di Albee e interpretato dalla straripante coppia Burton–Taylor; ancora più sorprendente, in quest’ottica, appare la regia innovativa che sarà premiata con l’Oscar della suddetta odissea del buffo borghese Benjamin, irretito dalle manipolazioni, anche sessuali, della sua classe e spinto a una rivolta vagamente pre-rivoluzionaria dall’amore fuori standard per l’incantevole Elaine interpretata da Katharine Ross.
Nonostante non abbia le stesse caratteristiche caratteriali e ideologiche, entra, così, a far parte della prima fila dei cineasti d’assalto come Penn, Peckinpah, Altman, Bogdanovich, Hopper che risollevano dalla decadenza il cinema americano e lo rimettono al centro dell’immaginario mondiale con overdosi di grinta, spregiudicatezza, anticonformismo libertario e polemica politica.
Il dato sembra ribadito dallo scatenato puzzle marionettistico e antimilitarista di “Comma 22” (’70) e, soprattutto, da “Conoscenza carnale” (’71), il racconto allora davvero provocatorio della mancata crescita erotico-sentimentale dei due compagni di college Nicholson e Garfunkel: un film memorabile che trasforma la sboccata verbosità del copione di Feiffer in una seduta d’analisi generazionale infinitamente malinconica e crepuscolare pur nella rivendicata apoteosi di divertimenti, irresponsabilità, baldorie e scambi di autocoscienze e partner sessuali.
A questo punto, però, la carriera di Nichols subisce quasi una regressione e la sua versatilità, all’inizio fattore benefico, si tramuta in sbrigatività, occasionalità e scolorimento di stile: lo spionistico “Il giorno del delfino” e il road movie “Due uomini e una dote” sono film di genere non all’altezza dello stesso; “Silkwood” un pamphlet ancora una volta arrabbiato, ma secondo i moduli dell’anticato cinema liberal; “Heartburn” con la grande Streep un respingente e rissoso identikit coniugale; “Una donna in carriera” solo una gradevole neocommedia sentimentale all’acqua di rose; “A proposito di Henry” un melò metropolitano che si giova solo del tormentoso protagonismo di un credibile Harrison Ford; “Wolf” uno strano quanto inutile ritorno al mito del lupo mannaro affidato al Nicholson più gigione di sempre; l’ultimo titolo della lista, “La guerra di Charlie Wilson” (2007) con Hanks e la Roberts, un ordinario thriller bellico innervato da coloriture grottesche.
E’ quasi incredibile che in questa corsa in discesa s’inserisca un capodopera come “Closer” (2004), fitto d’autolesionistici incroci di corpi, sguardi, dialoghi tra due coppie che, anche grazie ai formidabili Roberts, Law, Portman e Owen, tramandano il gioco al massacro degli attuali rapporti tra seduttori e sedotti.










