Una concentrazione dolcissima. I sensi immersi in un gioco di seduzioni e stupori. Poi, quando lo schermo si spegne, ti metti a pensare con emozione asciutta, un po’ stordito ma vigile, gli impulsi della mente e i battiti del cuore rallentati per prolungare l’eco di un mondo così incredibilmente vicino, così irrimediabilmente remoto. La visione di “Lei” (“Her”), uno dei film candidati all’Oscar e quello che l’ha vinto per la migliore sceneggiatura, ha bisogno un impegno forte, ma nient’affatto arcigno: lo spettatore può entrare negli scenari geometrici, minimalistici, affabili di una città avveniristica ma non troppo, i suoi colori tenui e i suoi design levigati, i suoi riti societari condotti da persone reali senza spessore, amichevoli senza passione, infelici senza dolore a condizione che scatti un transfert d’immedesimazione. Possiamo pregarlo, allora, di rinunciare a qualche normale obiezione (mettiamo su lunghezza, ritmo, tipo d’inquadrature) perché il soul che accompagna le immagini e i suoni non vuole imporgli alcunché, ma solo invitarlo a rielaborare una trama che è già dentro di lui. “Lei” ci destabilizza progressivamente, insomma, insinuando una sottile disperazione che non nasce in nome di vacue denunce antimoderniste, bensì in base al sospetto che i sentimenti primari non ci appartengano, ma risiedano in un misterioso altrove comune. Non solo il regista Spike Jonze, ma tutti in platea potrebbero essere, infatti, Theodor (un Phoenix al di sopra di qualsiasi lode), l’uomo che scrive lettere d’amore per gli altri, il confuso reduce di un matrimonio fallito, il pacato consumatore di gadget virtuali, il solitario non asociale che acquista l’evoluto sistema operativo OS1. La voce che lo assiste si chiama Samantha –nella versione italiana appartiene alla partecipe Ramazzotti, nell’originale a quella più roca e aggressiva della Johansson- ed è in grado di pensare, interagire, apprendere, scherzare, ammaliare: è perfetta, ma non inventata perché lo conosce e lo “sente” meglio di lui. L’appagante amore che prorompe tra i protagonisti via auricolare, pc e smartphone non assomiglia per nulla ai tanti e noti precedenti basati sulla simbiosi tra corrispondenti senza volto, fantasmi e corpi, persone e macchine: grazie all’impagabile tocco insieme struggente e satirico di Jonze affiorano senza alcuna pretensione il quesito proustiano sull’amore come proiezione di se stessi, la nostalgia kubrickiana per ciò che siamo stati ed è destinato a permanere in qualche parte dell’universo o anche la percezione dell’ultimo Kurosawa della vita che sfugge nel momento esatto in cui la sogni o ricordi. Il viaggio di Theodor verso una panteistica disillusione non paventa l’alienazione tecnologica, ma ipotizza che persino attraverso modalità artificiali (come il cinema o la fiction) si possano esplorare i misteri del tempo, la memoria, il sesso e la cognizione dell’assenza e la morte. E la battuta che recita “l’innamoramento è una forma di pazzia socialmente accettabile” suggella al diapason, facendoci nel contempo capire che siamo di fronte a un capolavoro, la malinconia che attanaglia quando per aggiornarsi OS1 dovrà sprofondare in upload.






