di Giovanni Pasàn
Profondo arancione. Napoli è in ginocchio. O meglio in dissesto. O meglio inguaiata. Da quando si è fatta sentire la Corte dei Conti nulla è più come prima. Adda Passà ‘a Nuttata…
Ogni napoletano, pare, abbia 1641 euro di debiti. E, magari, fosse così. La situazione è nota, siamo all’anticamera del fallimento. Alla bancarotta. E del resto non è una novità. Napoli è già stato protagonista del default record avviato nel 1993 e chiuso solo a metà di degli anni 2000: allora, per legge, pagava lo Stato. Ora in teoria no, ma chissà … Qualcuno guarda a Roma, ma Napoli non è capitale, non lo è più ahimè.
Dice che siamo a rischio Detroit (metropoli dichiarata fallita per l’impressionante buco delle casse municipali, equivalente a 18 miliardi di dollari, e per l’incapacità, dato lo stato d’insolvenza, di risarcire gli oltre 100mila azionisti e creditori che nella città dei Nirvana avevano investito i loro risparmi) la città dei cacciatori di pelle trasformatasi in capitale dell’auto, guidata da poco più di due mesi, dopo quaranta anni, da un sindaco bianco Mike Duggan, 55 anni, ex amministratore delegato del “Detroit Medical Center”, che si è imposto contro suo rivale, Benny Napoleon, nero, ex capo della polizia locale, entrambi vicini al partito democratico. Ma Napoli non ha un sindaco ne bianco, ne nero. Ha un sindaco arancione. Tutta un’altra storia, insomma.
E vediamo di che cosa si tratta. Società partecipate e potenziali perdite, riduzione programmatica della spesa per il personale, disavanzo di amministrazione, alienazione del patrimonio immobiliare, equilibri di parte corrente, debiti di funzionamento: ecco sintetizzati in sei punti le “osservazioni critiche relative alle misure di riequilibrio economico e finanziario dell’ente” che i magistrati della Corte dei Conti hanno analizzato, studiato e, sostanzialmente “bocciato” col risultato di far vacillare con forza il predisposto piano di rientro da 1,4 miliardi in dieci anni. Giusto per rendere l’idea, il piano di riequilibrio del Comune di Napoli vale quasi quanto il gettito annuale in tutta Italia del nuovo tributo sui servizi indivisibili (Tasi) sull’abitazione principale Le alienazioni immobiliari, i residui attivi, la spesa per il personale e il costo delle Partecipate sono il cuore del tracollo. Niente di nuovo sotto il sole del Vesuvio. I magistrati della Corte hanno, soprattutto, puntato il dito contro “la mancanza di un dettagliato cronoprogramma dell’ambizioso piano di dismissione che denota l’assenza, da parte dell’ente, di un effettivo controllo delle operazioni porre in essere”.
Com’è noto l’accusa è sostanzialmente che “dal 2006, su un patrimonio composto da 15.536 unità, sono stati dismessi solo 2.622 immobili, cioè il 16,87 percento dell’intero patrimonio in 7 anni. Delle 2.622 unità dismesse -si legge nell’ampio documento della Corte dei Conti- solo per il 73 per cento è stato stipulato un contratto di compravendita, e di queste ultime, solo circa il 35 per cento ha prodotto entrate approssimativamente per 52 milioni di euro. Nel piano aggiornato a luglio 2013 il Comune prevedeva, per l’esercizio 2013, entrate da alienazioni del patrimonio e quote di partecipate per una somma di 31 milioni, mentre nella nota del Comune di risposta all’ordinanza istruttoria di questa sezione risultano vendute, nell’esercizio 2013, 520 unità immobiliari per un prezzo di vendita pari a 19.193.099,66 euro”.
Un altro capitolo nero che emerge dalle osservazioni della Corte sono le Partecipate. I magistrati hanno sottolineato che “considerate le perdite dell’ultimo quinquennio delle società partecipate risultano, in media pari a 30 milioni, l’importo complessivo di 650 milioni previsti nell’arco del decennio risulterebbe assorbito per il 50 circa dalle perdite delle società partecipate” e che “il piano di risanamento sembrerebbe, allo stato degli atti, non tener conto di tali passività potenziali”.
Per non parlare di quello che viene descritto proprio come un vero e proprio espediente per “ mitigare” la spesa per il personale. “L’esclusione dell’Anm Spa per l’esercizio 2012 dal computo di incidenza delle spese di personale dell’ente, in relazione alle spese correnti, costituisce un mero espediente per sottrarsi al vincolo legislativo in quanto la Anm spa, partecipata in modo totalitario al 100 per cento dal Comune di Napoli, è soggetta, per espressa previsione statutaria, all’attività di direzione e coordinamento del Comune di Napoli nelle forme di “controllo analogo”, secondo quanto previsto dall’ordinamento comunitario.”
Niente di nuovo. Il fedele infedele, l’economista Riccardo Robin Hood Realfonzo, che di De Magistris è stato assessore al bilancio ma che dal cerchio d’oro demagistriano è uscito sbattendo la porta una volta che si è reso conto che nessuno voleva dargli retta, recentemente ha scritto.
“L’amministrazione ha ancora qualche giorno per rispondere alle critiche della magistratura contabile, ma considerato il piglio della Corte e soprattutto la realtà dei conti, l’esito scontato dovrebbe essere la dichiarazione formale di dissesto. Naturalmente, vi è anche la possibilità che la politica intervenga in qualche modo — magari attraverso un meccanismo che consenta l’elaborazione di un nuovo piano di riequilibrio — consentendo all’amministrazione attuale di galleggiare fino alla scadenza del 2016 senza formalizzare il dissesto. E cosa accadrebbe se la dichiarazione di dissesto fosse elusa con un intervento politico? Molto semplicemente si procrastinerebbe la drammatica situazione attuale …”
Del resto se Palazzo San Giacomo deve pagare 10.031 dipendenti con 423 milioni e altri 350 milioni servono per gli stipendi di 8427 assunti delle partecipate, è ovvio che non può venirne a capo. Se su cento multe riesci a riscuoterne solo tre e se non ti bastano tremila immobili di proprietà per chiudere il bilancio in attivo c’è poco da essere fiduciosi. Naturalmente il sindaco De Magistris ed i “suoi” non sono d’accordo con queste tesi. La bocciatura al piano di rientro è una decisione iniqua insistono col dire a Palazzo San Giacomo. Ognuno fa i conti come crede, questo si sa. I bilanci del Belpaese sono sempre double face. Il Comune di Napoli ha ricevuto nei mesi scorsi 220 milioni dallo Stato per evitare il crack, e 297 milioni (altrettanti sono in calendario nel 2014) dalla Cassa depositi e prestiti per pagare i fornitori come previsto dal decreto “sblocca-debiti”. Questo mezzo miliardo è stato subito messo a bilancio dal Comune, che ha ottenuto di abbattere il proprio deficit da 783 a 267 milioni: oplà un colpo di bacchetta magica.
Carta vince, carta perde, secondo alcuni siamo al gioco delle tre carte. Già perché questi soldi sono arrivati a Napoli semplicemente come “anticipazioni di liquidità”, in poche parole come prestiti che vanno restituiti con tanto di interessi. Debito scaccia debito, la formula è semplice, ma non porta da nessuna parte …
Un altro brutto colpo è stato la staffetta Letta- Renzi. Già perché Letta e Saccomanni avevano preparato un salvagente per Napoli, che avrebbe permesso alla città di scrivere un nuovo piano di rientro e di sottoporlo nuovamente al giudizio dei magistrati contabili. L’avvicendamento a Palazzo Chigi ora cambia tutto. Perché non è certo che Matteo Renzi voglia caratterizzare i suoi primi passi a Palazzo Chigi con un nuovo aiuto a Napoli e, nei fatti, con una porta sbattuta in faccia alla Corte dei conti. Lo voleva fare con la Capitale, figuriamoci …
Con le regole attuali, invece, De Magistris e i suoi non possono correggere il piano, e devono affidare tutte le proprie speranze a un giudizio più benevolo da parte delle Sezioni riunite della magistratura contabile, alle quali il ricorso del Comune chiede di smentire il “no” pronunciato dalla sezione regionale della Corte. Segnali negativi anche da osservatori esterni. L’agenzia di rating Moody’s continua a bocciare il comune di Napoli in modo sensibile. Futuro più che incerto, insomma. De Magistris sembra essere in un vicolo cieco, ma tra un rimpasto bizzarro e l’altro della sua giunta, continua a ribadire di “essere sicuro della validità del piano di riequilibrio e che farà di tutto per non rallentare l’operazione di risanamento”.
Siamo al solito gioco delle parti. Anche se a ruoli invertiti. Il pubblico ministero di Why not, questa volta, guida il collegio della difesa. Come andrà a finire si vedrà. Il bivio è noto: accoglimento del ricorso contro la sezione di Controllo della Corte dei Conti o dichiarazione di dissesto. Il che vuol dire che i tanti creditori del Comune dovrebbero mettersi in fila nella lunga attesa delle transazioni fallimentari, che De Magistris e la sua Giunta dovrebbero abbandonare ogni carica elettiva per 10 anni e che la macchina del Comune e delle partecipate andrebbe incontro a una forzata ristrutturazione profonda. Si salvi chi può.











